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SíistÚria de sa gara a bolu = La storia della gara improvvisata (Tesi di laurea: Mauro Piredda)

“Quando ti capita mandami qualcheduna delle canzoni sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi Pirione di Bolotana e, se fanno, per qualche festa, le gare poetiche, scrivimi quali temi vengono cantati. […] Sai che queste cose mi hanno sempre interessato molto; perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze senza cabu né coa.”
                                                                                                                                                                               

Antonio Gramsci, da una lettera alla madre
3 ottobre 1927


a chie hat fattu faccia fea

e a chie m’hat dadu coraggiu

a sos poetes chi happo intervistadu

a Paulu, pro su materiale

a zio Ginnu, pro sa pascescia

 

 

INDICE

INTRODUZIONE

Pag.

 4

 

 

 

1 SA POESIA CANTADA IN SARDEGNA

 

 

1 Oralità e scrittura in Sardegna

Pag.

10

2 Una panoramica sulla poesia improvvisata

Pag.

16

3 Sa gara, oggi

Pag.

23

4 I poeti di ieri e di oggi

Pag.

30

 

 

 

2 UNA GARA IN SARDEGNA

 

 

1 S’esordiu

Pag.

36

2 Sos temas

Pag.

43

3 Sa dispidida

Pag.

61

4 Su sonette

Pag.

67

 

 

 

3 CONCLUSIONI

 

 

1 Semidei, miti, messaggeri

Pag.

73

2 Una forma di comunicazione. di che tipo?

Pag.

76

3 Talento, metodo, competenza

Pag.

82

Poesia medium o non b’hat mediu per la poesia?

 

 

 

 

 

APPENDICI

Pag.

85

BIBLIOGRAFIA

Pag.

100

GIORNALI

Pag.

102

 

                               
 
“Quando ti capita mandami qualcheduna delle canzoni
sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi
Pirione di Bolotana e, se fanno, per qualche festa, le
gare poetiche, scrivimi quali temi vengono cantati. […]
Sai che queste cose mi hanno sempre interessato molto;
perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze
senza cabu né coa (1).”
 
 
Antonio Gramsci, da una lettera alla madre
 
3 ottobre 1927 (2)
 
Gramsci, assieme a gran parte del gruppo dirigente comunista venne arrestato e confinato a Ustica un anno prima di questa lettera, a seguito dei provvedimenti eccezionali del regime fascista. Provvedimenti che, successivamente, con l’emanazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (3), colpiranno anche quelle che sciocchezze senza cabu né coa proprio non erano.
Il regime fascista, come tutti i regimi autoritari, utilizzava i media (in quel tempo stampa e radio) come veicolo del suo credo mettendo in diretto contatto la massa anonima, non informata né formata, con il vertice.
 
_______________
[1 trad: senza testa, né piedi
2 Gramsci Antonio, Lettere dal carcere, Torino, Einaudi 1965, pag. 132
3 Regio decreto n° 773 del 18 giugno 1931, pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale” del 26 giugno, supplemento n° 146.]
 
Non era prevista nessuna two-step flow communication (flusso di comunicazione a due livelli) (4), nessun intermediario, ancor meno delle voci improvvisate, che, in gara (5), erano svincolate e potevano scontrarsi con quella ufficiale. Ma non dobbiamo dimenticarci chel’Italia di allora, per quanto retta da un ordinamento dispotico, non rappresentava un esempio di autoritarismo monista in quanto forte era l’influenza della Chiesa con la quale il fascismo venne a patti nel 1929 (6).
Se difatti il titolo III del testo unico, che regolava una manciata di arti sotto la  voce “mestieri girovaghi”, vietava spettacoli e trattamenti che possano dar luogo a turbamenti dell’ordine pubblico o siano contrari alla morale e al buon costume, il colpo mortale lo diede l’episcopato sardo che, servendosi di quella legge statale, raccomandava    ai    Parroci,    Presidenti-nati  dei    comitati    per    feste   […]l’eliminazione delle gare poetiche dal numero dei festeggiamenti, sostituendole con altri svaghi onesti (7).
Dal 1937 e successivamente si poteva gareggiare, ma era necessario munirsi della tessera del comitato provinciale delle arti popolari e sottostare a una serie di condizioni: era infatti vietato far versi di natura politica o che andassero a toccare  i misteri della Fede. Vi fu chi si adeguò come Barore Sassu di Banari perché, in condizioni di necessità, non sapeva come fare in altro modo per sbarcare il lunario dal momento che la paga per ogni gara (fissa per tutti dal 1908) fut semper, pius omancu, su tantu ‘e deghe zoronadas de chie trabagliaiat sa terra (8).
 
 
_______________
[4 Katz Elihu, Lazarsfeld Paul, L’influenza personale nelle comunicazioni di massa, Torino, ed. Eri, 1968
5 chiamata anche gala, era, ed è una disputa verbale, improvvisata e ritmata con temi liberi, nell’esordio, e imposti, nella fase centrale.
6 Patti lateranensi, sottoscritti l’11 febbraio 1929 tra l’Italia e la Santa sede.
7 Il Monitore Ufficiale dell’Episcopato Sardo, giugno 1932, pag. 74
8 Pillonca Paolo, Chent’annos, cantadores a lughe ‘e luna, Villanova Monteleone, ed. Soter 1996, pag. 161]
 
Ma vi fu anche chi non si adeguò affatto: Remundu Piras di Villanova Monteleone, uno degli improvvisatori più rinomati, spiegò nell’aprile del 1977 in un’intervista al periodico “Sa Sardigna” che sul palco non ci devono essere museruole.
Caduto il fascismo e finita la guerra vi erano tutte le condizioni affinché questa forma d’arte antichissima (de s’antigoriu) continuasse a prosperare nei palchi dell’isola: presa di coscienza delle masse e quantità notevole di temi su cui dibattere erano caratteristiche fondamentali dalle quali prendeva forma un giacimento del patrimonio informativo in continua espansione.
Grazie a questo livello elaborato di oral composition venivano incastonati in ottave sia argomenti semplici (resi però macchinosi dalla virtù di questi maestri, che non avevano nessuna intenzione di ripetersi, né potevano permettersi di farlo) sia argomenti intricati come le percentuali di voto e la loro manipolazione nella “legge truffa” del 1953 (9).
Per quanto riguarda il fattore lingua, queste gare potevano essere le uniche a competere con le istituzioni scolastiche, considerate come un medium di una cultura altra, della cultura ufficiale italiana.
La lingua che si apprendeva a scuola era sa limba ‘e su padronu:
 
 
O sardu, si ses sardu e si ses bonu
sempre sa limba tua apas presente:
no sias che isciau ubbidiente
faeddende sa limba ‘e su padronu (10)
 
_______________
[trad: “corrispondeva, più o meno, a dieci giornate lavorative in campagna.”
(9) Deplano Benigno, I poeti sardi contro la truffa elettorale, Nuoro, 1953
(10) Piras Remundu, Misteriu: Tutti i sonetti, Cagliari, ed. Della Torre, 1979, pag. 234
trad: “O sardo, se sei sardo e sei un buon sardo, non mettere mai da parte la tua lingua: non essere come lo schiavo sottomesso, che parla la lingua del padrone”]
 
 
 
Così Remundu Piras invitava ad introdurre la lingua sarda nelle scuole, pena la dissardizzazione, attraverso il citato sonetto scritto il 29 ottobre del 1977 (un anno prima di morire) e inviato ai periodici “Sa Sardigna” e “Nazione Sarda”.
E se ora su padronu si manifesta con i colori verde, bianco e rosso tanti altri lo sono stati in passato e si avvalevano di medium come la parola scritta, e pubblica. Di conseguenza  il popolo sardo ha affidato alla memoria il proprio io collettivo,spiegandolo e tramandandolo per mezzo di una tradizione culturale orale, necessariamente enigmatica, ermetica e ricca di simboli (11).
Ma le previsioni più rosee sul ritorno in salute di questa forma d’arte dovettero presto scontrarsi con la dura realtà di una società in continuo mutamento: negli ovili arrivarono tecnologia e coca-cola (12)  e con esse il pastore cominciò a passare molto più tempo nella casa del paese, anziché nella pinnetta (13); il crepuscolo (s’interighinada), la tosatura (su tusorzu), la marchiatura non rappresentano più occasioni scandite dai versi preparati lì per lì. In questo contesto non c’è nessun ricambio adeguato, il numero di giovani improvvisatori col passare del tempo si è vorticosamente affievolito (anche se non mancano eccezioni) così come quel supporto di informazioni indispensabile ad affrontare per ore una discussione in versi.
 
_______________
[11 Frongia Eugenio N., Cultura etnica, lingua e poesia in Sardegna, Oristano, Editrice “Sa porta”, 1984, pag. 17
12 Bandinu Bachisio, Barbiellini Amidei Gaspare, Il re è un feticcio, romanzo di cose, Nuoro, ed.
Illisso, 2003, pag. 42
13 Capanna dalla struttura che ricorda i nuraghi]
 
Allo stesso tempo, ritornando al fattore linguistico, la fusione con la cultura italiana prima, e la nuova dimensione della globalizzazione poi, in assenza di un progetto di insegnamento della lingua sarda nelle scuole, hanno fatto si che oggi siano in molti a non conoscere la parlata logudorese.
L’obiettivo che questo lavoro si propone di raggiungere è quello di ripercorrere gli eventi che hanno reso possibile la conservazione della tradizione orale in Sardegna, inserendovi la poesia estemporanea logudorese, che, attraverso la gara, rappresentava, e rappresenta tuttora, un esempio di mezzo di comunicazione di massa, supportando o addirittura sostituendo le notizie veicolate dai media tradizionali. Il lavoro comprende l’analisi di una gara registrata il 5 giugno a Tamarispa (Gallura) e una serie di domande (le interviste sono riportate integralmente in appendice) poste a Paolo Pillonca, osservatore privilegiato, e a  tre interpreti della poesia logudorese del calibro di Antonio Pazzola,  Mario Masala e Bernardo Zizi.
 

                                          

La necessità di acquisire informazioni, insieme al sostegno della natura (la quale ha fatto molto per modificare cranio, cervello e apparato pala-labiale), ha fatto si che l’uomo divenisse titolare, in un arco di tempo che va, secondo gli archeologi, dai 90.000 ai 40.000 anni fa, della facoltà di parola (prima mediamorfosi (14), come l’ha definita Roger Fidler) permettendo di conseguenza lo sviluppo delle lingue (comunicando all’esterno) e del pensiero (interiormente).
Prima della rivoluzione del linguaggio scritto (seconda mediamorfosi)(15) tutto si tramandava con la parola; ciò naturalmente comportava dei grossi limiti dovuti all’incostanza e alla leggerezza nella prospettiva di un allargamento spazio- temporale.
Tutto questo era comunque una caratteristica della Sardegna rurale, addirittura fino a qualche decennio fa.
Per dimostrare ciò occorre analizzare il fenomeno partendo dal medioevo con alcune lettere indirizzate da Papa Gregorio I° (16) ai membri della comunità ecclesiale isolana, le quali evidenziavano il problema dell’evangelizzazione di un ambiente dove non c’era spazio per la vita intellettuale. Il popolo sardo era allora quasi del tutto analfabeta e la scrittura era ad appannaggio delle classi dominanti (clero e nobiltà) che non si servivano della lingua del posto, bensì del latino.
Usando le parole di Ettore Cau, docente di Paleografia all’Università di Pavia,i rapporti tra “popolo sardo” e i vari popoli che si sono succeduti in Sardegna passano anche attraverso il rifiuto, più o meno consapevole, della scrittura scritta di cui essi furono portatori: anche Roma e Bisanzio dovettero inevitabilmente fare i conti con una gente che con il proprio analfabetismo difendeva, senza neppure rendersene conto, la propria identità e la propria cultura (17).
 
_______________
[14 Fidler Roger, Mediamorfosi, comprendere i nuovi media, Milano, Edizioni Angelo Guerini e Associati spa, 2000 pag. 66
15 Fidler Roger, op.cit., pag.71
16 Gregorio Magno detto Gregorio I°. 64° Papa, dal 590 al 604
17 Cau Ettore, Breve storia della letteratura in Sardegna, in AA.VV. La Sardegna, Cagliari, ed. Della Torre, 1984, pag. 6]
 
 
Sempre secondo Cau, il libro può al più essere visto e venerato come reliquia nella cerimonia liturgica, mentre il documento scritto non trova spazi nella dimensione di vita e nei rapporti sociali. Non meraviglia che un intellettuale come Gregorio Magno, legato ad una visione aristocratica della cultura, assuma un atteggiamento di superiore dispregio nei riguardi dei Barbaricini, “adoratori di pietre” (18).
Le prime testimonianze del volgare sardo in alcune parti della Sardegna si hanno a cavallo tra i secoli XI e XII presso le cancellerie dei Giudicati. Verso il 1391-1392 viene promulgata la Carta de Logu, il libro dessas constitucionis ed ordinacionis sardiscas (19), un vero e proprio codice autoctono, non imposto dall’esterno. Si pone il problema della lingua della Carta dal momento che l’unica edizione cui in genere si fa riferimento è quella pubblicata per la prima volta a Madrid nel 1567. Non avendo a disposizione la copia originale, la lingua che ci appare sembra unire le due grandi varietà linguistiche dell’isola: quella logudorese e quella campidanese.
Tuttavia, secondo Bartolomeo Porcheddu, specializzato in lingua e cultura sarda, l’arborense non fu una lingua di popolo e quindi detentrice di un proprio dominio aerale, bensì lingua cancelleresca, colta e standardizzata, che non aveva parlanti ma scrivani (20).
In ogni modo dal 1409, con la battaglia di Sanluri, i sardi sconfitti furono definitivamente costretti a sentire le dichiarazioni e a leggere i decreti in Catalano e Castigliano, le lingue dei vincitori.
Alla fine del secolo, un poema (21) sui Martiri turritani (22), Gavino, Proto e Gianuario, scritto in volgare dall’arcivescovo di Sassari Antonio Canu, e la sua rielaborazione (23) da parte dell’ecclesiastico sassarese Gerolamo Araolla nel 1582, pongono le fondamenta per l’edificazione di una cultura orale in Sardegna dal momento che per la prima volta compare il sistema metrico dell’ottava (in questo caso con struttura ab ab ab cc).
Così la prima ottava di Sa Fide de Giaguari (24):
 
 
Los agatant in logu in hue soliant
viver, sempre in abstrattu contemplende
sa ineffabile altesa, in hue sentiant
immensa gloria cun Deus conversende:
Sa pena, su martiriu si queriant
fuer, los potino mas issos bramende
stant su puntu, s’hora, et sa giornada
Qui l’esseret per Christu morte dada (25).
 
_______________
[18 Cau Ettore, op. cit. pag.9
19 delle costituzioni e ordinazioni sardische (sarde)
20 Porcheddu Bartolomeo, Declino della lingua arborense, ne “La Nuova Sardegna”, 12 maggio 2005
21 Sa vita et sa morte et passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu
22 di Porto Torres
23 Sa vida, su martiriu et morte dessos gloriosos martires Gavinu, Brothu et Gianuari
24  La Fede di Gianuario
25     AA.VV.,  Il meglio della grande poesia  in  lingua  sarda,  Cagliari, ed. Della  Torre,   1984,pag. 22
trad: “Li trovano nel luogo dove erano soliti vivere, sempre contemplando in estasi l’ineffabile altitudine, dove sentivano immensa la gloria conversando con Dio: la pena, il martirio, se avessero voluto fuggirli, avrebbero potuto, ma essi bramando stanno il punto, l’ora e la giornata in cui gli sarebbe stata per Cristo la morte data.”]
 
 
Nel settecento si ha il cambiamento di appartenenza della Sardegna, dalla Spagna al Piemonte (1720), ma questo è anche il secolo  dove crescente è l’interesse per  la cultura sarda, soprattutto per la letteratura e la poesia. Abbiamo Matteo Madau, ozierese, che raccoglie un insieme di poesie sotto il titolo Armonie dei Sardi (26) (dove definisce, laconicamente, antichissima la tradizione isolana di improvvisare versi), e Gian Pietro Cubeddu, di Pattada, conosciuto con il nome di “Padre Luca” che cercò di tradurre in limba il mondo e i modi dell’Arcadia.
Ma sicuramente quello che ha lasciato traccia maggiore è stata la cosiddetta “marsigliese sarda”: l’”Innu de su Patriottu sardu a sos feudatarios” (27) scritto da Francesco Ignazio Mannu in occasione dei moti Agioyni. L’inno, subito diffuso in tutta l’isola e usato come arma di propaganda rivolta al popolo intero, è composto di 376 ottonari con spiccato senso del ritmo. Così la prima strofa:
 
 
Procurade e moderare,
barones, sa tirannia,
chi si no, pro vida mia,
torrades a pe' in terra!
Declarada est già sa gherra
contra de sa prepotenzia,
e cominzat sa passienzia
in su populu a mancare (28).
 
________________
[26 Madau Matteo,  Armonie dei Sardi, Nuoro, ed. Illisso, 1997
27 trad: “Inno del Patriota sardo ai feudatari”
28 http://www.ildeposito.org/view.php?id=174
trad: “Cercate di moderare, baroni, la tirannia, che se no, per la mia vita, tornate a piedi a terra! Dichiarata è già la guerra contro la prepotenza, e comincia la pazienza nel popolo a venire meno.”]
 
Dello stesso ritmo gli inni in onore dei santi. Un esempio di prima strofa dell’inno dedicato a San Lorenzo Martire (patrono di Banari, festeggiato il 10 agosto) cantato nella novena:
 
 
De s’Ispagna nassione
in Osca naschidu istezis,
dae babbu e mama imparezis
sa Santa Religione.
Gasi creschende in persone,
azis sa fide abbrazzadu.
Martire Santu Larentu
siedas nostru avvocadu (29).
 
Potremo quindi affermare che le poesie che vennero alla luce tra il Cinquecento e la fine dell’Ottocento si sono tramandate oralmente attraverso gli anni nei balli tondi, nelle serenate nelle vendemmie, nelle tosature e nelle solitudini dei campi come affermava Michelangelo Pira (30).

_______________
[29 Novena in onore del glorioso martire San Lorenzo, Sassari, Archangelus archiep, 1958, pag. 31 trad: “Dalla nazione spagnola, dove siete nato ad Osca, da padre e madre avete appreso, la Santa Religione. Crescendo avete abbracciato la fede. San Lorenzo Martire, siate il nostro avvocato.”
30 Pira Michelangelo, in AA.VV., Il meglio della grande poesia in lingua sarda, pag. 11]
 
E’ infatti corretto sostenere, come fa Paolo Pillonca in Peppe Sozu, che una  cultura orale si sviluppa maggiormente inter sas popolasciones chi han coladu e colan sa vida a s’aria abberta (31). Queste tesi sono dimostrate dalle scuole psicologiche di tutto il mondo, infatti, sa prontesa de sos riflessos de chie vivet fora de “su disisperu de battor muros”[…] est massimamente ischintiddosa in cuddos populos chi han tentu un’istoria vivende a prope a s’istadu naturale (32).
Sempre Pillonca, rispondendo a una mia domanda sul declino della poesia, esplicando l’ispirazione del poeta, sostiene che il pastore, vivendo a stretto contatto con la natura e solamente con i suoi suoni, pur essendo analfabeta,  aveva dentro di sé l’immediatezza del verso e la giusta misura della metrica che poi toglieva fuori verseggiando in diverse occasioni: facendo il formaggio, a cavallo, tosando e marchiando le pecore e in tutte quelle occasioni che capitavano solo in campagna.
Di conseguenza, è altrettanto corretto sostenere che senza ritmo una cultura orale non si tramanda; sempre secondo Pira, la parola parlata, per durare nel tempo, si ancorava ai metri e alle rime delle ottave e delle quartine e al canto. Il canto era per la cultura orale la sola possibilità di riscaldare un medium freddo come la parola e di dare ai messaggi verbali l’alta definizione dei messaggi scritti, senza imbrattare carte (33).
 
_______________
[31 Pillonca Paolo, Peppe Sozu, Selargius, ed. Domus de Janas, 2003, pag. 8
trad: “nelle popolazioni cha hanno trascorso e trascorrono la vita all’aria aperta”
32  Pillonca Paolo, op. cit., pag. 8
trad: “la prontezza dei riflessi di chi vive fuori dalla disperazione delle quattro mura […] è maggiore nei popoli che hanno vissuto a stretto contatto con la natura.”
33 Pira Michelangelo, La rivolta dell’oggetto, antropologia della Sardegna, Milano, ed. Giuffrè 1978, pag. 38]
 
 
2 UNA PANORAMICA SULLA POESIA IMPROVVISATA
 
 
Procediamo, quindi, partendo dal presupposto che la poesia improvvisata è un patrimonio antichissimo e tipico delle società contadine. Tantissime sono, appunto, le testimonianze: gia Virgilio (Georgiche II, 385) ed Orazio (Epist. II, 1) si soffermano sulla descrizione di quello che definiscono “canto amebeo”; il cagliaritano Tigellio era solito improvvisare liriche presso la corte di Giulio  Cesare nell’antica Roma accendendo i tormenti di Cicerone che, invidioso, non esitava a definirlo più pestilenziale della sua terra; gare improvvisate tra pastori vengono poi riportate da Teocrito negli idilli e pare che lo stesso Omero compose e cantò i suoi poemi non conoscendo l’alfabeto.
Questa forma di composizione orale si è protratta nei secoli e in diverse zone del mediterraneo, a volte cristallizzandosi, altre volte evolvendosi sino a raggiungere alti livelli di competenza.
Così abbiamo in Toscana la millenaria tradizione dei cantanpanca e tuttora ci sono in attività una ventina di poeti tradizionali (celebre l’incontro annuale di Ribolla); nel Libano abbiamo lo stile zajal e la parola dei poeti improvvisatori, secondo Fayez Khalil, che ne è illustre esponente, è seconda solo a quella di  Allah.
Andando verso le coste bagnate dall’oceano troviamo in Euskadi i bertsolaris, a Cuba i repentistas e tanti altri validissimi esponenti in Argentina e Messico.
Per giungere alla tradizione orale in Sardegna occorre innanzitutto sottolineare  che attualmente esistono quattro sistemi estemporanei:
 
 
 
 
 
fig.1  I sistemi estemporanei in Sardegna. Fonte: www.musaseterras.it
 
 
 
 
a) il sistema a mutettus;
 
b) il sistema a sa repentina;
 
c) il sistema a mutos.
 
d) il sistema a ottadas (o a ottavas) (34)
 
 
[34  http://www.musaseterras.it/trad_orale_sardasardo.html]
 
 
       Questi sistemi corrispondono alle varietà linguistiche presenti nell’isola.
 
 
 
 
 
 
fig.2 Le varietà linguistiche in Sardegna. Fonte: www.musaseterras.it
 
 
 
 
In ordine di diffusione le varianti lessicali  possono essere così suddivise:
 
a) lingua sarda, varietà campidanese, presente nella metà meridionale dell’isola;
b) lingua sarda, varietà logudorese, diffusa nella parte centro settentrionale;
c) dialetto gallurese, prevalente nella regione costiera settentrionale, simile al corso;
d) dialetto sassarese nella città di Sassari e territori limitrofi;
e) “dialetto” catalano, nella città di Alghero;
f) dialetto genovese nell’isola di San Pietro e a Sant’Antioco (35).
 
 
> Quello a mutettus è il sistema diffuso nell’area meridionale dell’isola. Abbiamo notizie lacunose, ma pare che i primi cantadoris di cui si ha notizia (Chicceddu Olata, Efis e Giuanni Pillai, Bittiredda Melis) appartengono alla fine del settecento. Insieme al sistema a ottavas e il più diffuso nell’isola con circa cento spettacoli pubblici sugli oltre duecento che si tengono tuttora nelle piazze sarde. Viene utilizzata la lingua sarda nella variante campidanese.
 
 
> I sistemi a sa repentina e a mutos sono diffusi rispettivamente nelle zone dell’oristanese (Alto Campidano, Marmilla e Trexenta) e della Barbagia meridionale (toccando anche parte del Barigadu). Sono le due forme che in misura maggiore rischiano l’estinzione.
 
 
> Quello a ottavas è invece il sistema diffuso nell’area settentrionale (nonché l’oggetto di studio di questo lavoro), andando a toccare anche zone ben al di fuori del cosiddetto logudoro linguistico.
Lo schema metrico è il seguente: sei versi a rime alternate iniziali (schema ab abab o ababba o abbaba o abbaab) e due (sa serrada) a rima baciata finali(schema cc). Come vedremo, escludendo la battorina e il sonette finale è lo schema metrico che predomina in una gara poetica.
Per quanto riguarda sa poesia logudoresa le notizie sono poche e irregolari, ma una data, il 15 settembre del 1896, fa da spartiacque tra l’arte manifestata quasi esclusivamente negli ovili e la concretezza dei palchi. Nacquero così le gare poetiche che conosciamo. Ciò avvenne per merito del poeta ozierese Antonio Cubeddu che, come scrisse in un suo sonette:
 
 
Si de ischire disizosu sese
cussa data pretzisa, justa e giara,
pinna e tinteri, letore, prepara,
a tacuinu signala, si crese:
de s’otighentos su norantasese
po initziativa mia rara
amos fatu sa prima bella gara
de Cabidanni su bindighi ‘e mese
in Uthieri, sa mia dimora,
in ocajone ‘e sa festa nodida
‘e su Remediu, po Nostra Segnora.
Sa poetica gara at tentu vida
e dae tale tempus est ancora
po onzi festa salda preferida. (36)
 
_______________
[35  http://www.musaseterras.it/trad_orale_sardasardo.html
36 citazione in Pillonca Paolo, Le gare poetiche, ne “Il Messaggero sardo”, gennaio 1979.
trad: “Se sei desideroso di conoscere quella data precisa, o lettore, preparati penna e calamaio e appuntalo sul tuo taccuino, se lo ritieni opportuno: nel milleottocentonovantasei, per mia rara iniziativa, si è disputata la prima gara ufficiale, il quindici settembre, a Ozieri, mia dimora, in occasione della festa solenne di Nostra Signora del Rimedio. La gara poetica ha avuto vita allora e ancora continua a essere preferita per ogni festa sarda.”]
 
Quella gara fu un vero e proprio concorso e oltre a Antoni Cubeddu vi parteciparono Zuseppe Pirastru e Franziscu Cubeddu, sempre di Ozieri, Antoni Farina di Osilo, Barore Demartis di Ossi, Antoni Micheli Cuccuru di Usini e Andria Porcu di Codrongianus. In giuria tre “noti” del paese, Alessandro Meloni, l’avvocato Antonio Fresu e il presidente Giovanni Cubeddu, poeta-letterato. Il primo premio andò ad Antoni Cubeddu, il secondo ad Antoni Farina e il terzo a Barore Demartis.
Con la superbia (pazzosidade) tipica degli ozieresi, tiu Antoni, per sua rara iniziativa, fa cadere quella data il quindici, ma a quanto pare, solo per motivi metrici, in quanto quel giorno nel 1896 era un lunedì, poco propenso per fare festa. Inoltre, in uno scritto lasciato all’amico Paolo Sarais di Serramanna, egli stesso ricorda che tutto ciò avvenne il 20 e il 21, sabato e domenica.
Prima di quei gloriosi giorni di fine ottocento, i poeti cantavano in piccole compagnie che si formavano nei cuiles (ovili), nei magazzini, nei tzilleris (gli antichi bar) luoghi, come è ovvio, sprovvisti di palco; attori e spettatori stavano tutti insieme alla stessa altezza e spesso i ruoli non venivano rispettati scatenando delle vere e proprie jam sessions collettive.
Fatto sta che da quella data molte cose sono cambiate: innanzitutto bisogna riconoscere che grazie alla sua rara iniziativa il sistema estemporaneo a ottavas si è diffuso oltre i confini del Logudoro linguistico (vedi figg.1,2); successivamente si è inoltre escogitato un espediente al fine di evitare per tali gare una precoce morte: poiché Cubeddu fu quello che più di tutti si impossessò dei premi, lo stesso pensò bene che una ricompensa fissa a tutti i contendenti, anche ai più scarsi e sfortunati, avrebbe reso possibile un ottimistico futuro per tali manifestazioni.
Si correva altrimenti il rischio che a poetare fossero i soliti dal momento che molti altri, in un contesto economico dove le braccia per la campagna non erano mai abbastanza, non avrebbero retto al ritmo imposto da impegni continui e non retribuiti.
A detta di Barore Sassu, poeta banarese intervistato da Paolo Pillonca nel 1975  per la trasmissione RAI “Sos cantadores”, nel 1908 la prassi della retribuzione fissa per tutti era ormai consolidata, catapultando le gare nei lidi della professionalità.
Infine è opportuno affermare che non più di gara vera e propria si tratta, anche se ha tenuto tale nome: infatti non c’è più un vincitore come accadeva prima della propizia decisione di ricompensare tutti e non c’è più, di conseguenza, una giuria. Il comitato organizzatore non decide se un poeta è migliore dell’altro e l’unico giudice della gara è il pubblico, sa zente.
 
3 SA GARA, OGGI
 
 
 
Ma allora che cos’è una gara? Com’è strutturata? E chi vi prende parte?
 
 
 
> Piazza e palco
 
Quando assistiamo a questo tipo di manifestazioni notiamo subito la piazza (a meno che non si opti per altre soluzioni) suddivisa in due zone: quella dei poeti e quella del pubblico.
 
 
 
 
 
 
 
I poeti stanno sopra un palco, indipendentemente dal fatto che sia costruito ad hoc o che si sfrutti una struttura già esistente, e il pubblico sta seduto nella parte della piazza non occupata dal palco, generalmente molto più vasta.
 
In passato gli appassionati si portavano la sedia da casa, mentre oggi, al fine di invitare maggiormente la gente a stare seduta in piazza, le sedie le mette il comitato. Per dimostrare ciò, ci è utile una risposta di Mario Masala a una mia domanda su come intervenire per evitare la scomparsa di queste manifestazioni: “da quando i comitati mettono le sedie in piazza la gente assiste di più, anche perché se vuoi seguire una gara ti devi sedere”.
 
I sopraccitati comitato e pubblico possono essere definiti come dei protagonisti indiretti; sarebbe infatti improprio considerarli rispettivamente come semplici organizzatori e spettatori passivi.
 
 
> I protagonisti indiretti: il comitato organizzatore
 
Per meglio definire il comitato organizzatore è opportuno fare un salto a ritroso partendo dalle prime gare e seguendone l’evoluzione.
Quando tiu Antoni Cubeddu creò sa primma bella gara, nacque con lei la nozione di giuria.
Essa era composta generalmente da quattro o cinque persone tra le più note del paese (avvocato, insegnante, ecc.) che, riunita, decideva i temi da attribuire ai poeti, e a fine gara chi premiare.
Con la scomparsa del premio e con l’introduzione graduale della retribuzione fissa per tutti i poeti in lizza scomparve anche la nozione di giuria per lasciare spazio libero al comitato organizzatore.
Di comitati ne troviamo in tutte le località della Sardegna e sono tutti costituiti per onorare il santo patrono e altri “minori”. La loro composizione muta da paese a paese  a  seconda  delle  diverse  tradizioni  locali,  comunque  finita  la  festa, il comitato si scioglie non senza aver nominato nuove persone che andranno a comporlo per l’anno successivo.
Per quanto riguarda la scelta dei temi, alcuni obrieri (i membri del comitato), non necessariamente tutti, si riuniscono poco prima della festa e decidono tra le tante coppie che il presidente, o un altro di loro, propone.
Non è una scelta semplice: se il comitato è composto da soli giovani, che spesso non conoscono nemmeno la differenza tra una gara di poesia e altri tipi di canti sardi, è un’impresa ardua; in queste condizioni non si esclude la via di chiedere consiglio ai poeti stessi prima della gara, presentandone loro alcuni e chiedendo quale di questi si presta meglio alla disputa orale. Anche se ciò non rientra nella tradizione.
 
 
> I protagonisti indiretti: il pubblico
 
L’importanza del pubblico in una gara poetica non è trascurabile; prova ne sia il fatto che da quando la giuria non esiste più, in conseguenza della rimozione del premio, il vero giudicante è il popolo stesso che, oltre a rispondere, o meno, con gli applausi alla chiusura dell’ottava, può influenzare pesantemente l’ispirazione (sa muta) del poeta anche con un minimo gesto. Cosi Bernardo Zizi, poeta di Onifai, a una mia domanda sulla ricezione del messaggio, chiarisce l’importanza del pubblico: “Una volta a Solarussa un mio concorrente ha cantato male tutto l’esordio perché si era fissato ad un tipo che faceva così (37)  di continuo, ma solo dopo ha capito che aveva un tic. Se non ti abitui a guardare tutti dall’alto del palco rischi di compromettere l’intera gara; puoi avere anche mille persone davanti a te con il novanta percento che ti applaude, ma se fissi quel dieci che fa cenni di contrarietà…ti perdi!”.
Il coro e i poeti stessi invece, in quanto posizionati sopra il palco, possono essere considerati come i protagonisti diretti di una gara.
 
_______________
[37 Zizi scuote la testa come per dire “no”]
 
> I protagonisti diretti: il coro
 
Il canto dei cori che accompagnano le improvvisazioni degli estemporanei è chiamato a tenore. Il canto a tenore è l'espressione etnico-musicale più arcaica della Sardegna centrale ed è la prova dell'esistenza della pratica polifonica in  tempi remotissimi. E' realizzato da quattro cantori chiamati bassu (basso), contra (contralto), mesu ‘oghe (mezza voce), boghe (voce), disposti in cerchio, riproponendo la forma architettonica della antica civiltà sarda, quella nuragica. Ci troviamo di fronte a un modo di cantare molto particolare soprattutto come emissione vocale, quindi molto interessante dal punto di vista timbrico. Delle quattro voci due sono gutturali: su bassu e sa contra. Esse caratterizzano in maniera peculiare il canto a tenore. Su bassu con un suono grave e profondo e un caratteristico vibrato mantiene la stessa tonalità della voce solista, ovvero la fondamentale della triade su cui si accorda la polifonia del tenore; una quinta sopra si trova la contra che si caratterizza per un suono più lineare, metallico e meno vibrato. Contra e bassu procedono in parallelo nella scansione di sillabe prive di senso logico (bim bam boo) senza che l'una o l'altra voce cambi nota  prima del cenno della voce solista. La mesu oghe che arricchisce il canto con abbellimenti, fioriture e con le tipiche giratas  (virtuosismi vocali) si integra con le due voci gutturali costituendo con queste un originale accompagnamento armonico (su tenore) per voce solista che guida il tenore intonando e cadenzando il canto in modo quasi esclusivamente sillabico.Quest'ultima può fermarsi e aspettare la risposta del tenore nei canti isterrida e muttos oppure continuare e fondersi insieme al coro nei rimanenti canti. E ' difficile stabilire le origini del canto a tenore che secondo alcuni risalirebbero addirittura a circa 4000 anni fa. La natura del canto sembrerebbe strettamente radicata nella vita pastorale, nella solitudine in campagna a stretto contatto con il bestiame e con la natura. Sono proprio gli animali e la natura i più probabili ispiratori delle voci. E' probabile che la contra nasca dall'imitazione del verso della pecora, su bassu da quello della mucca e la mesu oghe dall'imitazione del suono del vento. Lo stesso tipo di ispirazione, come vedremo, per i più grandi improvvisatori sardi.
Per i poeti questo coro è fondamentale: infatti, oltre a fare da appoggio musicale, ha la funzione di riempire con armonia i vuoti e le pause da un verso all’altro. Generalmente interviene dopo ogni distico (una coppia di versi endecasillabi), ma nella gara di Tamarispa che verrà analizzata in seguito, Zizi nel primo distico lo “chiama”, anche se non sempre, tutte e due le volte.
 
 
> I protagonisti diretti: i poeti in gara
 
A differenza della prima gara ufficiale, dove parteciparono in sette, i poeti che salgono sul palco oggi sono massimo tre e spesso e volentieri si opta per la gara a due; altrimenti la scelta degli argomenti risulta più difficile perché di solito due di questi, possedendo temi opposti, controbattono fra loro, mentre il terzo fa fatica  ad inserirsi nella disputa come vorrebbe.
Le coppie, o le triadi, di temi sono di due tipi: ne su primmu tema si danno argomenti impegnativi e seri tipo parola/scritto, legge/fuorilegge, giustizia terrena/giustizia divina, perdono/vendetta, natura/arte, guerra/pace, culla/bara, socialista/capitalista, onore/soldi, Dio/patria/famiglia, fortunato/forte/intelligente, lacrima/sangue/sudore, turismo/industria/campagna, mani/vista/lingua; ne su segundu tema si danno temi più ridanciani generalmente che vanno a toccare le mogli dei poeti, nel nostro caso moglie bella e disonesta/povera e onesta/brutta e ricca, ma non solo.
Nell’esordio (che è a tema libero) e nei temi i poeti controbattono utilizzando otto versi endecasillabi ciascuno, mentre nel congedo utilizzano forme diverse: nella duina ciascun poeta utilizza un distico che comunque sommato a quello degli altri va a formare un’ottava col classico schema metrico ababab (o ababba o abbaba o abbaab) con chiusura cc, mentre nella quartina si utilizzano quattro versi  preceduti da “A la cantamus una…” e ciascuno canta una battorina, una battoretta, una paesana, una furistera, una noittola, una bruschistriglia, una tarantella.
Il sonetto che chiude la gara può avere diversi endecasillabi. È stato introdotto nel 1977 sostituendo così la (o modellu o trintases) che era una serie si strofe intricatissime e comunque non improvvisate. Sintetizzando si può schematizzare una gara nel modo seguente:
 

I

S’ESORDIU

(l’esordio)

- dai venti ai trenta minuti di durata

- argomenti scelti dai poeti

 

II

SOS TEMAS

(i temi)

 

 

SU PRIMMU TEMA

(la prima coppia o triade di temi)

- un’ora circa di durata

- i temi vengono attribuiti dopo un primo sorteggio

- i temi sono impegnativi

 

SU SEGUNDU TEMA

(la seconda)

- dai venti ai quarantacinque minuti di durata

- i temi vengono attribuiti dopo un secondo sorteggio

- i temi sono divertenti

III

SA DISPIDIDA

(il congedo)

 

 

 

SAS DUINAS

(le duine)

- dai cinque ai dieci minuti di durata

- i poeti cantano un distico ciascuno fino a formare un’ottava

- si formano diverse ottave

 

 

SAS BATTORINAS

(le quartine)

- dai dieci ai venti minuti di durata

- ciascuno dei poeti canta delle quartine precedute da: “a la cantamus una…” e ciascuno canta una battorina, una battoretta, una paesana, una furistera, una noittola, una bruschistriglia, una tarantella.

 

IV

SU SONETTE

(il sonetto finale)

- circa dieci minuti di durata

- ogni poeta canta un sonetto dedicato al santo festeggiato

 

 

 

 

4 I POETI DI IERI E DI OGGI

 
A partire dal 1896 tantissimi cantadores si sono avvicendati sui palchi della Sardegna, improvvisando sotto le stelle e di fronte a una folla che accorreva entusiasta a sentire questi semidei (come ci riferirà tiu Antoni Pazzola). Dei grandi poeti che animarono le prime gare si hanno poche notizie ma un’ottava anonima descrive in questo modo alcuni di loro:
 
 
Sigundu su criteriu ‘e sa giuria,
cren in Cubeddu unu lùghidu astru,
in Testoni potente poesia,
s’elegantzia, su geniu in Pirastru,
s’eloquentzia in Antonandria,
in Contini s’artista e veru mastru,
Farina pro satiras geniales,
Moretti po profundos ideales. (38)
 
Poi ci sono quelli che Pillonca chiama sos mannos de su tempu nostru (39) che sono quelli che hanno reso onore a questa arte dalla fine della prima guerra mondiale: Barore Tuccone di Buddusò, Remundu Piras di Villanova Monteleone, Barore Sassu di Banari, Giommaria Pulina di Ploaghe, Franziscu Demartis di Mores, Juanninu Fadda di Fordongianus, Cicciu Piga di Perfugas, Andria Ninniri e i fratelli Antoni e Gavinu Piredda di Thiesi.
Oggi dei cosiddetti semidei di un tempo sono rimasti Antonio Pazzola, Mario Masala e Bernardo Zizi. A dirla tutta tiu Pazzola è in quella che nel mondo dello spettacolo viene chiamata pausa di riflessione ed è già un po’ di tempo che non canta in piazza nonostante sia richiestissimo: “m’est faladu un ictus e, nessi pro como, non mi permitto! (40)” Queste tre figure rappresentative hanno cantato  insieme ad alcuni grandi che ci hanno lasciato ormai da qualche tempo come Barore Sassu, Raimondo Piras, e hanno conosciuto il creatore della poesia in piazza, tiu Cubeddu.
A essi si aggiunge il giovane Giuseppe Porcu di Irgoli e di cui si hanno poche notizie, se non quelle che riguardano la sua età (ha 19 anni) e il suo esordio (nel 2003 a Nule).
 
[38 citazione in Pillonca Paolo, Le gare poetiche, ne “Il Messaggero sardo”
trad: “Secondo il giudizio degli intenditori, Cubeddu è un astro lucente, in Testoni si ammira la potenza della poesia, in Pirastru l’eleganza e la simpatia, in Antonio Andrea ( Cucca ) l’eloquenza, in Contini si vede l’artista e il vero maestro, Farina è ammirato per la genialità della satira, Moretti per  profondità di contenuti.”
39 Pillonca Paolo, Chent’annos, cantadores a lughe ‘e luna, pag. 81 trad: “i grandi del nostro tempo”
40 trad: “Ho avuto un ictus e, almeno per adesso, non mi permetto!”]
 
 
> Antonio Pazzola
 
Tiu Antoni è nato a Sennori, nel sassarese, il 5 giugno del 1929 e ha esordito quasi per caso il 22 luglio del 1950: “Ero in convalescenza, avevo poco più di  vent’anni, c’era la festa in onore di San Luigi qui in paese e dovevano cantare in tre ma mancava Zucconi. Mi scelsero, ma io ero addirittura senza giacchetta, e così ho iniziato sfidando gente come Budroni e Seu. Tutti erano meravigliati, ma fu un trionfo;  facendo colletta mi diedero un mucchio di soldi, diciassettemila lire, che per allora erano una bella cifra, soprattutto per me che venivo da una delle famiglie più povere di Sennori!”.
Dal 1952, dopo aver conosciuto Bernardo Zizi ad Orosei ha iniziato a cantare in tutte le piazze e il suo periodo più fulgido è stato nei venticinque anni che vanno dal 1960 al 1985.
Oltre alla poesia ha la passione per l’impegno politico concretizzatosi per qualche legislatura nel suo paese sia come consigliere che come assessore.
 
 
> Mario Masala
 
Mario Masala è nato a Silanus, nel Marghine, il 23 luglio del 1935 e ha esordito nel suo paese a soli sedici anni, nel 1951, in occasione della festa di San Lorenzo con Ninniri, Piga e Piras che lo chiamava affettuosamente Masaleddu e lo consigliava ai comitati.
Ha uno stile delicato ma veloce (si alza subito a rispondere e molti lo temono perché non dà loro molto tempo), simile a quello di tiu Barore Sassu. Lo stesso poeta di Banari in una ottava lo considerava come uno della sua scuderia:
 
 
Tue ses de sa mia iscuderia
proitte so deo chi t’happo allevadu;
A da chi t’happo intesu l’happo nadu
custu resessit bonu in poesia (41)
 
 
[41 citazione in Pillonca Paolo, Chent’annos, pag. 117
trad: “Tu sei della mia scuderia, perché sono io che ti ho allevato. E da quando ti ho sentito ho detto: questo diventerà bravo nella poesia.”]
 
 
> Bernardo Zizi
 
 
È nato ad Onifai, in Baronia, il 26 giugno del 1928 e ha cominciato a cantare sui palchi all’età di ventiquattro anni a Dorgali con Tottoni Crobu e Vincenzo Simula, il 14 agosto del 1952.
Ha uno stile veloce e un tratto umile e gentile anche se ha dovuto faticare molto dal mento il duro linguaggio della sua terra natia stride con la dolcezza della  lingua logudorese.
I frammenti di gara che riporto qui di seguito sono stati registrati su nastro a Tamarispa (frazione di Budoni, nella nuova provincia della Gallura), la sera del 5 giugno del 2005 in occasione dei festeggiamenti in onore alla Beata Maria Gabriella e alla Vergine Maria. In gara i poeti Bernardo Zizi (qui col ruolo di capogara, ossia colui che da inizio alla gara e che allo stesso tempo chiude le varie fasi: esordio, temi etc...), Mario Masala e Bruno Agus. Ad accompagnarli il tenore “Cuccuru ‘e luna” di Torpè.
Mi scuso per l’assenza di alcuni versi  dovuta a problemi di trascrizione.
 
 
1 S’ESORDIU
 
 
S’esordiu è la fase iniziale della gara. Generalmente le prime ottave cantate dai poeti sul palco sono rivolte al pubblico a mo di saluto. Così nella gara:
 
 
Zizi
 
Ses Tamarispa frazione amena
ca sa festa rinnovas cun grandesa,
pro Maria Gabriella Durgalesa
e pro s’attera Santa Nazarena.
Deo, pustis passadu un’annu appena,
torro a tie cun tanta cuntentesa.
A sa Maria dende onore e bantos
rinnovo unu saludu a tottu cantos. (42)
 
 
Masala
 
Pro custa festa solenne e divina
de sa fizza beata ‘e Durgale,
pro una gara ‘e poesia orale
est in palcu difficile faina,
torro in custa frazione ospitale
pro Maria sa pia ‘e Palestina.
Che sa santa madonna ‘e s’istrada
e bos saludo in custa primma ottada. (43)
 
 
Agus
 
Ancora Tamarispa ti agatto
pro Gabriella, unida e festosa,
sa dorgalesa santa generosa
chi cun Maria invenzia fatto.
A bois ca non potto attera cosa
totta s’istima mia bos nde atto.
A tottu cantos mannos e giovanos
cun d’unu affettu do s’astrinta ‘e manos. (44)
 
 
Da notare che mentre nei primi versi si parla del posto, magari invocando gare passate, e del santo, nella rima baciata finale c’è il vero e proprio saluto al pubblico: rinnovo su saludu, bos saludo, do s’astrinta ‘e manos.
Durante l’esordio gli improvvisatori possono parlare di ciò che vogliono, toccare svariati argomenti o racchiuderli tutti su un corpus unicum fino a formare un tema vero e proprio, comunque mai imposto dall’esterno. Dopo in incursione sul clima della serata che, pare, non favorisca la partecipazione del pubblico e dopo cheMasala dichiara, tutt’altro che turbato, che in tutti questi anni ha visto anche molte tempeste Zizi  introduce come argomento la morte e il regno dell’aldilà:
 
 
non m’ interessat cantu happo cantadu
ne m’interessat cant’happo a cantare,
e dadeli como pagu importu
happ’a cantare ebbìa pustis mortu.(45)
 
________________
[42 trad: “Sei Tamarispa una dolce frazione perché rinnovi con grandezza la festa per  Maria Gabriella di Dorgali e per l’altra Santa Nazarena. E io, passato appena un anno, vi faccio ritorno con tanta contentezza. A Maria, offrendo onori e vanti, e rinnovando un saluto a tutti quanti.”
43 trad: “Per questa festa solenne e divina per la beata figlia di Dorgali, per una gara di poesia  orale, di difficile opera, ritorno in questa frazione ospitale per Maria la pia di Palestina. Come alla Santa Madonna della strada e vi saluto in questa prima ottava.”
44 trad: “Ancora ti ritrovo Tamarispa, per Gabriella unita e festosa, la dorgalesa santa generosa che con Maria mi dà l’ispirazione. Visto che non posso fare altro vi porto tutta quanta la mia stima. A tutti quanti, grandi e giovani, con affetto vi do la stretta di mani.”
45 trad: “Non mi interessa quanto ho cantato né mi interessa per quanto ancora canterò, e non dategli molta importanza perché canterò anche da morto.”]
 

Che preferisce questo mondo lo dirà a fine esordio, ma ovviamente Zizi predilige l’aldilà per due motivi: per tributare sos mannos sepultados, i grandi poeti che non ci sono più e per denunciare i disvalori di questo mondo.Così per ciò che riguarda il primo aspetto:

 
 
in custu mundu cantas cun ciappinos
in cuddu mundu cantas cun sos mannos (46)
 
 
Ai disvalori di custu mundu ci si arriva dopo la sollecitazione di Agus:
 
 
est nende Zizi chi però in custu mundu
deo so cantende cun ciappinos.
Chi heppas fattu errore so seguru
si non ses ciappinu tue puru. (47)
 
Quindi:
 
In custu mundu cantamus minores
duncas, o Brunu, semus che ciappinos.
Pensa de cuddu mundu a sos valores
inue tottu cantos sun vicinos:
in cuddu mundu non b’hat traittores
in cuddu mundu non b’hat assassinos.
C’andas a incue, naras cun istima
mortu chi m’essera dae prima. (48)
 
Dopo gli inviti a lasciare perdere tali argomenti sia da parte di Masala
 
 
tottu semus de difettos pienos
in terra c’hat Abeles e Cainos,
ma non penso a cantare cun divinos
mi cumbenit chi cante cun terrenos (49)
 
_______________
[46 trad: “In questo mondo canti con dilettanti, in quel mondo canti con i grandi.”
47 trad: “ Dice però Zizi che in questo mondo sto cantando con dilettanti. Sono sicuro che tu abbia fatto un errore, altrimenti lo sei pure tu.”
48  trad: “In questo mondo cantiamo esigui quindi, o Bruno, siamo dilettanti. Pensa ai valori di quel
mondo dove tutti quanti sono vicini: in quel mondo non ci sono traditori ne assassini. Quando andrai lì ti pentirai di non essere morto prima.”
49 trad: “Tutti siamo pieni di difetti e in terra c’è sia Abele che Caino, ma non penso a cantare con gli dei perché mi conviene cantare con i mortali.”]
 
 
che da parte di Agus
 
 
Lassamula sa morte a su futuru,
pro parrer meu est pagu attraente,
la ‘ida a poi e chent’annos custa zente
proitte igue b’hat pena e iscuru (50)
 
il capogara, non senza avere insistito a stuzzicare i concorrenti e il pubblico stesso con versi ad effetto, pur ammettendo di avere esagerato decide di fare l’ultimo giro di ottave dell’esordio lanciando un messaggio al comitato organizzatore,  ossia quello di scegliere un argomento sul quale dibattere:
 
 
Lassamus custas boghes de lamentu,
penso chi happemus fina esageradu,
e cuddu mundu chi happo citadu
non lu prefelzo in custu momentu.
Mezzus a narrer a su comitadu
si tenet prontu a dare un argomentu.
Amus a cuddu mundu ponner pes
cando cantan a nois tottas tres. (51)
 
 
_______________
[50 trad: “Lasciamo la morte al futuro, per quanto mi riguarda è poco attraente. Spero di vedere questa gente dopo cent anni, perché lì c’è sofferenza e oscurità.”
51 trad: “Lasciamo queste voci lamentose,penso che abbiamo pure esagerato, e quel mondo che ho citato non lo preferisco in questo momento. Meglio dire  al comitato che si prepari a dare  un argomento. Avremo tutti e tre modo di mettere i piedi in quel mondo quando ce la cantano (la messa).”]
 
 
Anche Masala nella sua ottava finale dell’esordio avverte che è giunta l’ora di finirla con la prima fase della gara; gli animi ormai si sono riscaldati e i poeti si sono saggiati l’un l’altro al fine di capire com’è l’ispirazione che li guiderà successivamente. Ed è l’inquietudine a dominare questi versi, in quanto i più grandi poeti sardi ormai appartengono a  cuddu mundu e quelli vivi sono sempre  di meno:
 
 
E gai che lu ‘ogamus dae manos
a s’esordiu damus sos adios,
ma sempre miminende sun sos bios
e in conca sos pilos sunu canos.
So unu de sos pagos anzianos
poetas in Sardigna ancora ‘ios.
In sa terra lu semus in susu
ca che sun sutta terra sos piusu. (52)
 
 
Anche Agus manda in soffitta l’esordio, sperando di cantare ancora a lungo:
 
 
Già che sun sutta terra sos piusu,
sas animeddas bonas cun sas malas,
ma como cust’esordiu si est conclusu e
tue cun sa morte non bi falas.
Deo barantasett’annos happo in palas
né unu in mancu né unu in piusu.
Però ispero comente poeta
nessi un’atterettantu chi nde fetta. (53)
 
_______________
[52 trad: “E così ce ne liberiamo dando gli addii all’esordio, ma i vivi sono sempre meno e in testa i capelli sono bianchi. Sono uno dei pochi poeti sardi anziani ancora vivi, perché i più stanno sotto terra.”
53 trad: “E’ vero che i più stanno sotto terra, le anime cattive con le buone, ma ora questo esordio si è concluso e tu con la morte non ci giochi. Ho quarantasette anni sulle spalle, né uno in meno né uno in più. Però spero come poeta di farne altrettanti."]
 
 
2 SOS TEMAS
 
 
Terminato l’esordio, la gara si interrompe per qualche minuto. Nel frattempo il tenore di Torpè si esibisce in una performance fuori programma, mentre sotto il palco alcuni obrieri passano il vino. Subito arriva il momento del sorteggio dei temi da assegnare agli estemporanei: su tanti foglietti volanti quanti sono i poeti in lizza, il comitato ha scritto i temi che verranno estratti a sorte da sa berritta.
 
 
> Su primmu tema
 
La prima triade di temi è generalmente la più impegnativa e allo stesso tempo quella che dura di più. Si parte intorno alle ventitre e tocca a Zizi dare avvio:
 
 
Nos sunu dende s’ordine precisu
pro torrare de nou a su dovere,
sos temas, de bos fagher piaghere,
penso ch’in bene ch’heppan decisu.
In cuddu mundu non chelzo pius creere,
infernu, purgatoriu o paradisu.
Happo una parte ‘e su corpus umanu
a difender toccada mi est sa manu. (54)
 
 
_______________
54 trad: “Ci stanno dando l’ordine preciso per tornare nuovamente al dovere, sperando che vi facciano piacere i temi che hanno deciso. In quel mondo non ci voglio più credere, inferno, purgatorio e paradiso. Mi tocca difendere una parte del corpo umano, la mano"
 
 
Nella rima baciata finale, come per farlo memorizzare meglio al pubblico, Zizi ci rivela qual è il tema che gli tocca difendere: la mano. Venuto così a conoscenza di uno dei tre temi, il pubblico seduto in piazza prova a prevedere quali saranno gli altri due. Poco tempo per ragionarci su, andando per esclusione o facendo mente locale, che Masala, veloce come sempre, inizia ad esporre quella che chiamerà la sua parte di riguardo:
 
 
S’esordiu arrividu a traguardu,
amus pasadu pro calchi momentu,
ma primma chi si fettat troppu tardu
bos presentamus su primmu argumentu:
no hat a esser su meu su lamentu
ca happo deo una parte ‘e riguardu.
E grazie naro a sa dea bendada
sigomente sa vista mi est toccada. (55)
 
Ora che si conoscono mano e vista è facile capire quale sarà il terzo tema della triade e qualcuno in piazza azzecca quello che toccherà cantare a Bruno Agus:
 
 
Daghi nos han isceltu unu binariu
lu leamus, siet bellu o feu,
isperende chi su nostru frasariu
chi siat oe in grascias de Deu.
Appena sutta ‘e su tema ‘e Mariu
b’est situadu custu tema meu,
chi l’usamus cando discurrimus
ca est sa limba chi in bucca tenimus. (56)
 
 

La gara vera e propria inizia adesso col capogara Zizi che dà un colpo all’incudine e uno al martello facendo notare al pubblico cosa può fare la mano a dispetto della lingua e della vista, ma anche in loro soccorso:

 
Sa manu est sa ch’affrontat sa faina,
amiga pius de issa non bi nd’hada,
e in d’ogn’opera sua genuina
importante est s’azudu chi nos dada.
S’in sa limba bos punghet un’ispina
o un’ispina in s’oju nd’est bintrada,
una manu bi cheret in cuss’ora
(ca) est issa chi s’ispina nde ‘ogat fora. (57)
 

_______________
[55 trad: “L’esordio è arrivato al traguardo, abbiamo riposato per qualche momento, ma prima che si faccia troppo tardi vi presentiamo il primo argomento: non sarà mio il lamento perché ho una parte di riguardo. E ringrazio la dea bendata dal momento che mi è toccata la vista."
56 trad: “Dal momento che hanno scelto un binario lo prendiamo sia esso bello o brutto, sperando che il nostro frasario sia oggi nelle grazie di Dio. Appena sotto il tema di Mario vi è situato il mio, che lo usiamo quando discorriamo perché è la lingua che in bocca teniamo.”
57 trad: “La mano è quella che affronta le difficoltà, non c’è migliore amica di lei e in ogni sua opera genuina è importante l’aiuto che ci da. Se nella lingua vi punge una spina o una spina vi è entrata nell’occhio, una mano ci vuole in quel momento perché è lei che la toglie fuori.”]
 
Così in un’altra ottava mentre espone i privilegi della mano quando si tratta di avere a che fare con una bella ragazza:
 
Masala hat bidu una picciocca bella
e Brunu s’est frimmadu a la faeddare.
Ma torraccontu non tenen inìe
(ca) a la toccare ispettat solu a mie. (58)
 
 
Pronte le risposte dei concorrenti con le loro serradas:
 
 
Masala
 
Deo mi l’happo una bella seberada
e a cando la toccare tempus b’hada. (59)
 
 
Agus
 
Est sa limba chi t’abberit s’istrada
primma ancora ‘e l’aer toccada. (60)
 
Tuttavia, come mi fa notare un signore anziano del posto, una triade del genere vedrà sicuramente uno dei tre sacrificato. E’ facile capire che Masala resterà più  in disparte dal momento che mano e lingua sono i più antitetici.
Così per gli incendi:
 
 

Agus

Tue già l’ischis chi pro gulpa ‘e sos malos
d’ogni annu est sa Sardigna ‘e fogu allutta.
Cussas manos non cheren onoradas
cussas manos nde cheren segadas. (61)
 
 
Zizi
 
Est beru chi sa manu ponet fogu
ma un’attera manu nde l’istudat.
Sa manu a fagher cussu bi resessit
oju e limba ne b’intrat e ne bi essit. (62)
 
Zizi prova a stuzzicare la vista di Masala, ma è sempre Agus a rispondere per le rime:
 
 
però appena fuidi su fogu
tando telefonada a una centrale.
Sa limba est sa chi tottu t’immudada
ca grascias a issa su fogu s’istudada. (63)
 
_______________
58 trad: “Masala ha visto una bella ragazza e Bruno si è fermato a parlarle. Ma così non c’è tornaconto perché a toccarla spetta solo a me.”
59 trad: “Io l’ho scelta bella e per toccarla c’è del tempo.”
60 trad: “È la lingua che ti apre la strada prima ancora di averla toccata.”
61 trad: “Tu sai che per colpa dei malvagi ogni anno la Sardegna è in fiamme. Quelle mani non vanno onorate, quelle mani vanno tagliate.”
62 trad: “È vero che una mano appicca il fuoco ma un’altra mano lo spegne. La mano può far quello, occhio e lingua no.”
63 trad: “Però appena il fuoco scantona si può telefonare a una centrale. La lingua è quella che tutto risolve perché grazie a lei il fuoco si spegne.”
 
Stessa disputa a due per quanto riguarda la delinquenza e la giustizia. Così Zizi pronto addirittura ad esaltare i pericoli della mano imprudente pur di difendere al meglio la sua parte:
 
 
Masala est cuntentu ‘e su chi hat bidu,
Brunu in sa limba faghet conquista;
ma lassade sa manu in primma lista
si tenides de abberu unu sentidu.
Cando ‘enit arrestadu unu bandidu
no li ligan sa limba e ne sa vista.
Li ligan ogni manu in primma cosa
ca est sa manu sa perigulosa. (64)
 
 
Agus non è da meno cercando di sfruttare la lingua opportunista del delinquente pentito:
 
Bernardu caru già lu has a usu,
ma tantu unu bandidu non si curreggidi.
Est a sa limba solu chi s’eleggidi
calchi legge chi como hamus a usu.
Pensa chi s’istadu già proteggidi
sos chi moven sa limba de piusu.
Cuddos chi nois giamamus pentidos
chi faghen arrestare sos bandidos. (65)
 
Anche una violenta scazzotata va bene per Zizi:
 
 
Deo tenzo distintos campiones
pro proas cun sas manos chi han fatu,
ca sa manu, operosa a d’ogni latu,
hat dadu giustas raras visiones.
Comente in d’un incontru ‘e pugilatu
cun in movimentu battor guantones.
Sa manu dat su titulu ‘e corona,
sa limba a dare punzos non b’est bona. (66)
 
 
Agus non risponde subito, ma coglie l’occasione dopo un’ottava nella quale Zizi “fa il buon cristiano”:
 
 
Ma d’onzi cosa est bella faina
de cudd’antiga terra ‘e sos giudeos,
cando su fizzu de Maria Divina
hat preigadu a tottu sos ebreos.
Ammentadi ca tres annos intreos
l’han bidu preighende in Palestina.
Cussos faeddos gia sunu connottos,
ma non l’han bidu iscudende a cazzottos. (67)
 
 
______________
64 trad: “Masala è contento di ciò che ha visto, Bruno con la lingua conquista; ma date molta importanza alla mano se tenete veramente un sentimento. Quando viene arrestato un bandito non gli legano la lingua né la vista. Gli legano le mani in quanto pericolose.”
65 trad: “Caro Bernardo hai ragione, ma un bandito non si corregge. E’ grazie alla lingua che si fanno le leggi che adesso utilizziamo. Pensa che lo Stato protegge quelli che la lingua muovono di più. Quelli che noi chiamiamo pentiti che fanno arrestare i banditi.”
66 trad: “Ti faccio l’esempio di diversi campioni, che, agendo operosamente con le mani, hanno fatto meraviglie. Come in un incontro di pugilato con quattro guantoni in movimento. La mano dà il titolo di corona, la lingua non serve a dare pugni.”
67 trad: “Ma ogni cosa è bella nell’antica terra dei giudei, quando il figlio di Maria divina ha predicato a tutti gli ebrei. Ricordati che per tre anni interi l’hanno visto predicare in Palestina. Quei discorsi sono conosciuti, ma non l’hanno mai visto fare a pugni.”

 
Nuova diatriba tra mano e lingua sul matrimonio; qui Masala prova a portare la discussione su lidi toccati precedentemente (la lontananza degli amici), ma Agus senza mezzi termini gli ribadisce la volontà di lottare con Zizi:
 
 
Zizi
 
Brunu, lassa sos postos lontanos,
mezzus chilcare sos postos vicinos.
Has bidu in certos ritos cristianos
comente si aunin sos destinos?
Sun in s’altare duos isposinos
(chi) s’iscambian sos aneddos in sas manos.
Creo chi s’isposu pagu arrejonede
si s’aneddu in sa limba che li ponede. (68)
 
 
Agus
 
Ma non brincas cun sa vista s’abissu,
ma cun Zizi cheria fagher rissa.
Iss’isposonzu unu prider b’est fissu
chi t’isposat a poi ‘e una missa.
A issa narat “lu cheres a issu?”,
a issu narat “la cheres a issa?”.
Si non faeddas est tottu invanu,
non ti nde ponet aneddu in sa manu. (69)
 
 
Dopo venti ottave a testa, e dopo una richiesta di applausi di Marieddu Masala a noi in piazza (richiesta che farà scattare Zizi in piedi a rimproverargli che gli applausi che ha chiesto li ha ricevuti con le mani e non con gli occhi) il primo tema finisce con tutti e tre che pongono fine alla disputa, mettendo in evidenza l’importanza di tutte e tre le parti del corpo e auspicandone un uso ponderato:
 
 
Zizi
 
Como lassamus tottu su chimentu
e abbandonamus custa nostr’isfida,
ch’in su cuncettu de ogni argomentu
penso chi siat cosa aggradessida.
Sunu nobiles donos chi amus tentu
e los tenzemos caros totta vida.
Fin’a chent’annos sempre resten sanos,
sa limba cun sos ojos e sas manos. (70)
 

 

Masala

Lassamu de sos temas sa mattana
in custu logu amenu e de icantu.
Su chi est necessariu tottu cantu
non manchet in sa nostra vida umana,
e ca duret sa vista sempre sana,
sas manos e sa limba atterettantu.
E a tottu sos esseres mortales
ca sun sas tres partes principales. (71)
 
 
Agus
 
Su tema cun custa nde cancellas
…………
però a sa limba mai ti ribellas  
ca cussa servit in tottu sas zonas.
Sa manu heppat sempre cosas bonas,
‘idat sa vista sempre cosas bellas.
E sa limba de mannos e piseddos
chi fettan sempre bellos sos faeddos. (72)
 
_______________
68 trad: “Bruno, lascia i posti lontani, meglio cercare quelli vicini. Hai visto in quei riti cristiani come si uniscono i destini? Stanno sull’altare due sposini che si scambiano gli anelli nelle mani. Credo che lo sposo dica poco se gli mettono l'anello nella lingua".
69 trad: “Ma non salti l’abisso con la vista, e (comunque) volevo urtarmi con Zizi. Nel matrimonio ci sta fisso un prete che ti sposa dopo una messa. A lei dice “lo vuoi?”, a lui dice “la vuoi?”. Se  non dici niente è tutto invano, non te lo mette l’anello nella mano.”
70 trad: “Ora lasciamo tutto il fermento e abbandoniamo questa nostra sfida, che nel concetto di ogni argomento penso sia cosa gradita. Sono nobili doni che abbiamo ricevuto e li teniamo cari per tutta la vita. Fino a cent anni restino sempre sani, la lingua con gli occhi e le mani.”
71 trad: “Lasciamo la fatica dei temi in questo luogo ameno e incantato. Tutto ciò che è necessario non manchi nella nostra vita umana, che duri la vista sempre sana, altrettanto le mani e la lingua. E a tutti gli esseri mortali perché sono le tre parti principali.”
72 trad: “Cancella il tema con questa (ottava) … … però non ti ribelli mai alla lingua perché quella serve dappertutto. La mano faccia sempre cose buone e la vista veda sempre cose belle. E la lingua di adulti e ragazzi faccia sempre bei discorsi.”

 
> Su segundu tema
 
Mentre la prima triade di temi è più impegnativa per i poeti, nel senso che richiede loro una conoscenza del mondo e un bagaglio culturale importanti, la seconda ricorre più alla loro abilità nel fare giochi di destrezza con le parole, e nel lanciarsi battute a vicenda.
Il sorteggio di Tamarispa ha deciso che i nostri devono sfidarsi difendendo le loro nuove mogli: a Zizi spetta bella e disonesta, a Masala povera e onesta mentre a Agus brutta e ricca:
 
 
Zizi
 
Pro su segundu tema chi han pensadu,
s’ora de lu cantare est opportuna.
Deo non so de amore a sa dejuna
itt’est amore ‘e abberu happo proadu,
ca so da tantos annos cojuadu
(e) como cumpagna nde tenzo atter’una.
De Tamarispa, mi han dadu in sa festa,
una muzzere bella e disonesta.(73)
 
 

Masala

 
Su primmu tema est mandadu a passizzu,
cussu fit tema seriu e profundu,
però tottu sas cosas de su mundu
non tenen s’una a s’attera assemizzu.
Infatti nd’han battìdu su segundu
pustis chi amus riposadu aizzu.
E tenzo deo puru a s’ala dresta
una cumpagna povera ma onesta. (74)
 
 
Agus
 
Già torro a abbandonare sa cadrea,
ma troppu impiccocchida ‘ido sa cricca,
e cand’est mesu boida sa platea
già paret chi si cantet pro repicca.
Como m’han dadu una mazzere ricca,
su chi mi dispiaghet est ch’est fea.
Ma già non l’happo seberada deo
comente mi l’han dada mi la leo. (75)
 
 

Difendere il tema assegnato in una gara poetica è la regola, se dovesse venire a mancare sarebbe opportuno parlare di un'altra cosa, non di gara, ma nel tema più leggero le fondamenta di questa difesa non sono ineluttabilmente la cultura e la conoscenza, bensì la beffa e l’ironia.

Così Zizi difende le sue corna:
 
 
Non mi nde importat de su disonore,
si sa cumpagna est conchilezzera;
si so corrudu de cussa manera
mancu de cussa cosa happo timore.
Sos boes iscorrados in fiera
los benden a meidade ‘e su valore.
Deo non poto tenner cussos dannos,
mi poto presentare a corros mannos. (76)
 
 
Masala dalla bruttezza della moglie ottiene il massimo rendimento “utilizzandola” come spaventapasseri:
 
 
Pro chi a si calare sa sutana
non s’ispaventat e non m’ispavento,
deo de s’onestade m’accuntento
ca sigomente sa ricchesa est vana.
Sa mia est sa gemella ‘e sa befana
paret issa s’istrega ‘e Benevento.
Si che l’appicco in s’alvure ‘e sa figu
sos puzzones non toccan mancu trigu. (77)
 
_______________
73 trad: “Per il secondo tema che hanno pensato di farci cantare, l’ora è opportuna. Non sono digiuno d’amore e ho provato veramente che cos’è, perchè sono sposato da tanti anni, e adesso ho un’altra compagna. Nella festa di Tamarispa mi hanno dato una moglie bella e disonesta.”
74 trad: “Il primo tema è stato licenziato, era un tema serio e profondo, però tutte le cose del mondo non si rassomigliano l’un l’altra. Infatti ci hanno portato il secondo dopo che abbiamo riposato dolcemente. E tengo pure io all’ala destra una compagna povera ma onesta.”
75  trad: “Ritorno ad alzarmi in piedi, ma vedo la folla troppo rimpicciolita e quando la platea è
mezzo vuota sembra che si canti per ripicca. Adesso mi hanno dato una moglie ricca, quel che mi dispiace è che è brutta. Ma non l’ho scelta io e come me l’hanno data me la tengo.”
76 trad: “Non mi importa del disonore, se la compagna è spensierata; se ho le corna poste in quel modo non ne ho timore. I buoi scornati in fiera li vendono a metà prezzo. Io non posso avere questi danni, mi posso presentare con grandi corna.”
77 trad: “Quando si cala la sottana non si spaventa e non mi spavento, io dell’onestà mi accontento dal momento che la ricchezza è vana. La mia è la gemella della befana, sembra la strega di Benevento. Se l’appendo al fico gli uccelli non toccano neanche il grano.”
 

Per Agus, invece, le deformità della moglie fanno si che le corna di Zizi non gli spuntino mai:
 
 
Ma deo puru la tenzo in domo isolta
de sa bellesa non so onoradu
e mancu corros mi hat ispuntadu
proitte est troppu fea e troppu tolta.
De Gabriella custu comitadu
est andadu a li bussare sa polta:
ma cando issa s’est affacciada
han impresse cambiadu istrada. (78)
 
 
Non mancano certo le invettive, e da una risposta che Masala da a Zizi (oltre a rinfacciargli che ha la moglie a mezzadria) si capisce che il poeta di Onifai questa volta è venuto meno al dovere, cantando un’ottava che sicuramente ha già cantato altrove:
 
 
Zizi
 
Mariu cussa cumpagna l’hat sincera,
fea, ma in s’onestade lu est distinta.
Però daghi s’ispozzat dogni sera
a su coro li dat manna un’astrinta
cando si nde ‘ogat sa parrucca finta,
s’oju ‘e cristallu cun sa dentiera.
Daghi nd’isconzat tottu s’istruttura
bi restat un’ischerzu ‘e sa natura. (79)
 
Masala
 
Ma cando naras gai non ti creene
improvvisende in palcu a cust’ora
………………
………………
la chelzo ‘ene e mi cheret bene,
in vida fin’a s’ultima dimora.
E potto narrer chi est totta sa mia
bois l’azzis invece a mezzadria. (80)
 
 
_______________
78 trad: “Ma anch’io la tengo libera, della bellezza non sono onorato e non mi sono spuntate nemmeno le corna perché è troppo brutta e troppo insipida. Il comitato di questa festa è andato a bussargli la porta: ma quando lei si è affacciata hanno cambiato subito strada.”
79 trad: “Mario ha la compagna sincera, brutta, ma distinta nell’onestà. Però quando si spoglia tutte le sere gli si stringe il cuore quando si toglie la parrucca finta, l’occhio di cristallo e la dentiera. Quando si disfa tutta la struttura non rimane che uno scherzo della natura.”
80 trad: “Ma quando dici così non credono che tu stia improvvisando a quest’ora … …la voglio bene e mi vuole bene, in vita fino all’ultima dimora. E posso dire che lei è tutta mia, voi l’avete invece a mezzadria".
 
 
Anche Agus lo rimprovera (“lascia questa critica…Bernardo”) non senza dare alla moglie l’appellativo di “cavalla in calore”:
 
 
Lassami custa critica pro favore
Bernardu, e a su concettu ti afferra.
Sa tua mustrat de gamba ogni perra
proitte paret un’ebba in calore,
ma est che una pumatta fatta in serra,
est bona e bella ma no hat sabore.
Sa tua puru est pagu decente
ca non possedit atteru niente. (81)
 
I poeti decidono di chiudere anche il secondo tema mettendo fine allo scontro e augurando a chi si recherà all’altare di essere accompagnato da una donna che sia allo stesso tempo bella, ricca e onesta.
 
 
Zizi
 
Como est bennida s’ora ‘e terminare,
non chelzo in domo pius clientella,
ma in sa festa ‘e Maria Gabriella
chelzo dae su coro augurare:
a su ‘ajanu chi andat a s’altare
a s’altare accompagnet una bella.
E pro essere su coju pius se guru,
chi siat bella, onesta e ricca puru. (82)
 
 
Masala
 
Gai su tema finimus umpare
cun sa nostra poetica favella.
Celtu chi tiat essere un affare
chie si leat s’anima gemella,
chi che la pighet de fronte a s’altare
(e) chi siat ricca, onesta e bella.
Ca sun tottu tres partes de cumbennere
ma no est sempre chi si poden tennere. (83)
 
Agus
 
Tando già la finimus a sa lestra
primma chi nos diventet noiosa.
Deo ‘e abberu la tenzo un’isposa
pro chi non siat oe in custa festa,
e potto narrer chi est finas onesta
(e) poi est bella comente una rosa.
S’unica cosa mala ‘e custu die
est chi est poveritta che a mie. (84)
 
_______________
81 trad: “Lascia questa critica per favore Bernardo e afferrati al concetto. La tua mostra tutte e due le gambe perché sembra una cavalla in calore, ma è come un pomodoro fatto in serra, buono e bello ma senza sapore. Anche la tua è poco decente perché non possiede alcunché.”
82  trad: “Adesso è giunta l’ora di terminare, non voglio più clientela in casa, ma nella festa di  Maria Gabriella voglio augurare dal cuore a chi va a sposarsi che porti con se all’altare una bella donna. E per far si che il matrimonio sia più sicuro, che sia bella, onesta e pure ricca.”
83 trad: “Finiamo così insieme il tema col nostra discorso poetico. Certo che dovrebbe essere un affare per chi trova l’anima gemella, che la porti con sé all’altare e che sia ricca, onesta e bella. Perché sono tre parti che convengono anche se non sempre si possono avere.”
84 trad: “Allora finiamo il tema in fretta prima che diventi noioso. Io tengo veramente una sposa anche se non è oggi in questa festa, e posso dire che pure onesta, poi è bella come una rosa. La cosa negativa di questo giorno è che è povera come me.”

 
 
3 SA DISPIDIDA
 
 
 
Viene chiamata così la parte in cui i poeti prendono congedo, cantando come nell’esordio senza nessun impegno di argomentazione ma a libera scelta tra loro. Della dispidida fanno parte le duine e le quartine.
 
 
> Sas duinas
 
Non c’è nessuna interruzione dal secondo tema alla prima duina come invece accade dall’esordio al primo tema e da questo al secondo; infatti, come Bruno Agus termina la sua ultima ottava, il capogara Bernardo Zizi si alza e verseggia il distico iniziale:
 
 
Lassamus sa ricchesa e povertade,
como est ora ‘e cantare sa duina. (85)
 
Anche Masala e Agus devono cantare due versi, ma essendo in tre e arrivando in tutto a ottenere una sestina è necessario che sia lo stesso Zizi a chiudere con rima baciata al fine di formare un’ottava a più voci:
 
 
Masala
 
No est sa mia sa difficultade,
pro mi ficchire tetteru in s’ischina. (86)
 

 

Agus
 
Cun sa nostra umile facultade,
primma chi arrivet s’ora matutina. (87)
 
Zizi
 
Non contat ricca, ne fea, ne bella
ca como contat sa bustarella. (88)
 
 
Dall’insieme di questi quattro distici si è ottenuta un’ottava con schema ab ab ab cc, ma nulla vieta uno schema ab ab ba cc o ab ba ba cc o ancora ab ba ab cc. L’unico limite è che, essendo una gara in tre, chi apre (ab) deve anche chiudere (cc). In tutto saranno ventiquattro duine che andranno a formare sei ottave che i  tre poeti apriranno e chiuderanno due volte ciascuno.
 
 
> Sas battorinas
 
Dopo le duine, sa dispidida continua con le quartine. La prima quartina si chiama battorina, propriamente detta. Oltre a questa le quartine comprendono la battoretta, la paesana, la furistera, la noittola, la bruschistriglia e la tarantella.
Queste quartine, che in realtà sono composte di cinque versi, hanno in comune il fatto di essere precedute dall’espressione “a la cantamus una…”
La prima quartina è impegnatissima e va a toccare il dramma dell’operatrice italiana rapita in Afghanistan, Clementina Cantoni, liberata pochi giorni dopo la gara di Tamarispa:
 
_______________
85 trad: “Lasciamo la ricchezza e la poverta, adesso è l’ora di cantare la duina.”
86 trad: “Non è mia la difficoltà di drizzare la schiena.”
87 trad: “Con la nostra umile facoltà, prima che si faccia mattina.”
88 trad: “Non mi interessa se ricca, brutta o bella, ora mi interessa  la bustarella.”
 
 
Zizi
 
Como cantamus una battorina.
A su ‘inari non damus pius avvisu,
ma Gabriella dae su paradisu
li mandet ogni grazia divina.
A la cantamus una battorina (89).
 
Masala
 
Tando cantamus una battorina.
Ca tottu amus de viver dirittu;
auguramus chi como subitu
la pottan liberare a Clementina.
Tando cantamus una battorina(90).
 
Agus
 
Tando cantamus una battorina.
A sa chi est sequestrada in cussa terra,
ma auguramus chi finat sa gherra
chi est de s’umanidade sa ruina.
Tando cantamus una battorina (91).
 

Tocca alla battoretta e Agus canta sul referendum con il quale la Francia ha detto no alla Costituzione Europea, anche se qui, per motivi di rima i francesi pare abbiano detto di no all’Euro:
 
 
Zizi
 
A la cantamus una battoretta.
Cussos chi cummittidu han su reatu
cheren dinari e han postu su riscattu,
ma s’Italia nostra est in bulletta.
A la cantamus una battoretta (92).
 
 
Masala
 
Tando cantamus una battoretta.
Su ch’happo ‘e narrer già l’han a cumprendere.
Ma chissà si a s’oriente han a intendere
dae Tamarispa sa ‘oghe ‘e su poeta
Tando cantamus una battoretta (93).
 
Agus
 
Tando cantamus una battoretta.
Ma custu mundu est sempre agitadu:
finas in Francia como hana votadu,
cheren torrare a s’antiga moneta.
Tando cantamus una battoretta (94).
 
 
_______________
89 trad: “Adesso cantiamo una battorina. Lasciamo perdere i soldi, ma Gabriella dal paradiso mandi ogni grazia divina. Dai che cantiamo una battorina.”
90 trad: “Allora cantiamo una battorina. Perché tutti abbiamo diritto di vivere; auguriamo che ora possano liberare a Clementina. Allora cantiamo una battorina.”
91 trad: “Allora cantiamo una battorina. A colei che è sequestrata in quella terra, ma auguriamo che finisca la guerra che è la rovina dell’umanità. Allora cantiamo una battorina.”
92 trad: “Dai che cantiamo una battoretta, quelli che hanno commesso il reato vogliono soldi per riscatto, ma l’Italia nostra ha i conti in rosso. Dai che cantiamo una battoretta.”
93 trad: “Allora cantiamo una battoretta. Ciò che ho da dire lo capiranno, ma chissà se in oriente, da Tamarispa, sentiranno la voce del poeta. Allora cantiamo una battoretta.”
94 trad: “Allora cantiamo una battoretta. Ma questo mondo è sempre agitatato: anche in Francia hanno votato per ritornare alla vecchia moneta. Allora cantiamo una battoretta.”
 
 
Al momento di cantare la paesana si toccano argomenti di stringente attualità come la possibilità della Margherita di correre da sola nel proporzionale nelle elezioni politiche del 2006 e la procreazione medicalmente assistita la cui legge è stata sottoposta a referendum abrogativo una settimana dopo la gara di Tamarispa:
 
 
Zizi
 
A la cantamus una paesana.
Paret andende male sa partida,
como s’Ulivu cun sa Margherita
sun cominzende a si dare mattana.
A la cantamus una paesana (95).
 
Masala
 
Tando cantamus una paesana.
Lassa s’olia cun sa margherita;
cussa procreazione assistida
est unu dannu pro sa razza umana.
Tando cantamus una paesana (96).

 

 
Agus
 
Tando cantamus una paesana.
Ma non ti naro a t’istare mudu;
a mie paret chi est unu aggiudu
pro cuddos chi fizzos non nde hana.
Tando cantamus una paesana (97).
 
 
I poeti decidono di far tornare a ridere la gente e Agus scapolo subisce gli sfottò degli altri due che sono ancora sani e che, a loro detta, non hanno certo bisogno della pastiglia!
 
_______________
95 trad: “Dai che cantiamo una paesana. Pare stia andando male la partita, ora l’Ulivo con la Margherita stanno iniziando a litigare. dai che cantiamo una paesana.
96 trad: “Allora cantiamo una paesana. Lascia l’olivo con la margherita; questa procreazione assistita è un danno per la razza umana. Allora cantiamo una paesana.”
97 trad: “Allora cantiamo una paesana. Ma non ti dico di stare zitto; a me pare sia un aiuto per coloro che figli non ne hanno. Allora cantiamo una paesana.”
 
 
4 SU SONETTE
 
 
Questa parte corrisponde alla chiusura della gara. Zizi, Masala e Agus cantano rispettivamente ventidue, venticinque e ventisette versi endecasillabi, nei quali si narra la vita e le grazie della beata Maria Gabriella e della vergine Maria. Negli ultimi versi si augurano felicità, progresso e salute al pubblico di Tamarispa e a quello accorso da paesi e frazioni vicine…e non solo.
 
 
Zizi
 
Maria Gabriella casta e pia
chi santa a paradisu ses bolada;
oe ch’in Tamarispa ses festada
cun sa mama divina ‘e su Messia,
e umpare a issa in compagnia
beneighide inoghe cantu b’hada,
non restet una domo ismentigada
de salude paghe sant’e allegria.
Fizza ‘e sa terra cara de Sardigna
chi cristianu e nobile ideale
sa gloria eterna ti hat dadu in cunsigna.
Cuncedi a custa zente in generale
sa grazias chi possedis e impigna
…………
Sempre vicina sias e presente,
appaga d’ogni brama e d’ogni ispera
de chie est tribagliende onestamente:
su presidente cun su comitadu,
chi sun festende cun Fide sincera,
tenzan tottu su bene chi han pregadu.
Cun d’una calda astrint’a manu dresta
saludo a tottu e prosighide in festa (98).
 
 
Masala
 
Maria fizza ‘e Anna e Giuacchinu
de s’istirpe ‘e Davide su poeta,
virgine pura de peccadu netta
cun virtudes in cara e in su sinu,
de s’oriente femina perfetta,
de Gerico sa rosa ‘e su giardinu:
c’has partoridu su verbu divinu
s’umanidade salvende completa.
Però in custu logu veneradu
ses paris cun Maria Gabriela,
beneighide ogni domo e ogni carrela
e canta zente in Tamarispa c’hada,
e siedas de guida e de tutela
a sos chi andan e torran in s’istrada,
e de campagna in d’ogni incontrada
beneighide sa fauna e flora.
Ma dade sa mezzus grascias in cust’ora
a comitadu e a su priore,
chi sa festa bos faghene a primore
cun tantu sacrifiziu e ispesa.
Perdonade ogni mia debbilesa
pro sos errores chi happo comissu
ca solu Deu su perfettu est issu,
e isbagliamus tottu sos umanos
arrivederci e istadebbos sanos (99).
 
 

Agus

 
Che una rosa bella e delicada
chi non podet pensare cosas malas,
Gabriella, ch’in sa vida regalas
a Deus in sa grutta ferrada
has che anghelu ispaltu sas alas
a Cristos innozente ti ses dada
......consumada.
Cando vintighimb’annos has in palas,
degheott’annos poi intro ‘e sa bara,
t’agattan che sa die chi ses morta
ca ancora ‘ia parias in cara.
Giampaulu segundu a limba isolta
t’had beatificadu in forma rara,
ma tue fis dae primmu in chelu accolta.
E Tamarispa regolta e devota
s’est cun sa zente sua tott’unida
pro bos fagher sa festa garantida.
Tue Maria, minores e mannos
ma sanades sos males e affannos
mandade sa fortuna a d’ogni domo.
Su comitadu ‘e sa festa ‘e como
chi tenzat sempre sa ‘ostra assistenza;
tenzat progressu custa residenzia
cun sos chi a custa terra amana e creene,
e a chent’e degh’annos d’esistenzia
a cudda domo ‘ostra che los leene
grazie tantu e istadebbos bene (100).
 
 
_______________
98 trad: “Maria Gabriella casta e pia che santa sei volata in paradiso; oggi che a Tamarispa ti festeggiano con la madre divina del Messia, e insieme a lei, benedicete qui quanto c’è, non resti una casa dimenticata con salute, pace santa e allegria. Figlia della cara terra di Sardegna, la gloria eterna ti ha dato in consegna l’ideale nobile e cristiano. Concedi a tutta questa gente le grazie che possiedi e impegna … … Che tu sia sempre vicina e presente, appaga ogni desiderio e ogni speranza di chi ha lavorato onestamente: il presidente con il comitato che ti festeggiano con Fede sincera, tengano tutto il bene che hanno pregato. Con una calda stretta di mano, saluto tutti e proseguite in festosi.”
99 trad: “Maria figlia di Anna e Gioacchino della stirpe di Davide il poeta, vergine pura senza peccato e piena di virtù, donna perfetta d’oriente, di Gerico la rosa del giardino: hai partorito il verbo divino salvando l’intera umanità. In questo posto venerato stai insiema a Maria Gabriella, benedicete ogni casa, ogni via e quanta gente c’è a Tamarispa, guidate e vigilate coloro che s’incamminano nella strada, e la flora e la fauna in campagna. Ma a quest’ora date le più grandi grazie al comitato e al priore, che fanno la festa con entusiasmo, con tanto sacrifcio e spese. Perdonate ogni mia debolezza per gli errori che ho commesso, perché solo Dio è perfetto, mentre noi umani sbagliamo tutti, arrivederci a state in salute.”
100 trad:  “Come una rosa bella e delicata priva di malvagità, Gabriella, che nella vita ti sei  concessa a Dio nella grotta ferrata, hai aperto come un angelo le ali e sei salito in cielo … …. Sei mancata che avevi venticinque anni e dopo altri diciotto sembravi ancora viva. Giovanni Paolo II con facilità ti ha beatificata in forma rara, ma già da prima eri accolta in cielo. E Tamarispa raccolta e devota si è unita con tutta la sua gente per festeggiarti. Oh Maria, guarite i dolori e gli affanni di grandi e giovani, mandate la fortuna in ogni casa. Il comitato di questa festa tenga sempre la vostra assistenza; tenga progresso questa residenza insieme a coloro che a questa terra credono e danno amore, e a centodieci anni di esistenza li portino al cielo, grazie tante e statemi bene.”
 
1 SEMIDEI, MITI, MESSAGGERI
 
 
 
Ogni volta che i poeti si recavano a gareggiare di festa in festa andavano costruendosi una fama del tutto particolare.
Ascoltando la morbida voce di Pazzola ne esce fuori una storiella curiosa che, riflettendo le caratteristiche del tempo suo, quando ha iniziato ma anche successivamente, ci fa capire l’importanza del poeta in un villaggio sardo: “Era abitudine della gente considerarci semidei, in quanto, rispetto alla popolazione eravamo preparati e aggiornati su quello che succedeva nel mondo. Mi piace pensare a noi poeti come possessori de sa biblioteca pius manna (101), anche se non siamo così sicuri se ci chiedono di scendere nello specifico. In un contesto dove non tutti avevano il giornale perché non tutti sapevano leggere, la nostra infarinatura generale ci garantiva tale titolo. Tra l’altro deo no ischìa itte dialu fit custu semideu (102)!”.
Non cambiano di tono altri due poeti del calibro di Masala e Zizi, i quali rispettivamente ricordano di essere stati considerati come miti e messaggeri.
Pazzola, Masala e Zizi hanno esordito rispettivamente nel 1950, 1951 e 1952, a gherra finida e almeno cantando non hanno vissuto gli anni neri della censura fascista, anche se fino a non molto tempo fa non era su tutti gli argomenti che si poteva verseggiare. Secondo una testimonianza sorta da una chiacchierata con Angelo Porcheddu, poeta di meditazione (a taulinu) di Banari, addirittura nel  1973 fu interrotta una gara: “A Peppe Sozu e Franziscu Sale è toccata la coppia oriente/occidente;  ad un tratto,  mentre si dibatteva sul settembre nero e i fatti  del medio oriente, è arrivato il maresciallo e ha fatto finire la gara”.
Nonostante la gara poetica sia un momento di festa gli improvvisatori sardi non hanno mai voluto abdicare al loro ruolo di informatori; sempre tiu Ginnu Porcheddu: “A Banari tiu Barore Sassu era uno dei pochi che leggeva il giornale, che spesso e volentieri non arrivava e bisognava farselo portare da Sassari. Non  è un dettaglio di poco conto il fatto che la gente andasse alle gare anche per informarsi”.
Devono tenersi informati sul mondo che ci circonda e se per caso niente di attualità capita nei temi assegnati (come nel nostro caso) sono loro stessi a dimostrare la loro preparazione in qualunque parte della gara; infatti, come abbiamo visto nella gara di Tamarispa i nostri cantavano argomenti di stretta attualità come l’Afghanistan, l’Europa, la fecondazione assistita anche nelle parti della gara tra le più facili al riso.
Inoltre sono dei veri notiziari superpartes: il messaggio che viene dall’alto del palco non è mai univoco, perché, essendo una gara, minimo si è in due e i temi sono in contrapposizione l’uno con l’altro. Per di più, questa sorta di par condicio ante litteram è totale e democratica anche nella struttura in quanto a ciascuno vengono dati otto versi endecasillabi, indipendentemente da quanto tempo viene impiegato per portarli a termine.
Naturalmente il poeta non deve aver paura di essere additato come un cattivo maestro in caso gli venga dato un tema, per così dire, deviante: a parte il fatto che temi del genere (tipo il bandito, la moglie disonesta…) sono quelli che piacciono di più (non dimentichiamoci che le gare poetiche sono occasione di festa), la suaunica preoccupazione è quella di immedesimarsi totalmente in quello che gli è capitato, salvo poi alla fine mettere in guardia il pubblico dagli errori  e  dai pericoli di tali scelte.
A tal punto ci vengono utili le parole rilasciate da Pillonca: “Una ‘olta happo ‘idu Piras cantende su riccu tontu; deo a tiu Remundu tontu non bi l’happo mai nadu, ma sa ‘olta lu pariat de abberu” (103)
 
 
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101 trad: la biblioteca più grande
102 trad: “Io non sapevo cosa diavolo fosse questo semidio”
103 trad: “Una volta ho visto Piras cantare il ricco tonto; io a tiu Remundu tonto non gliel’ho mai detto, ma quella volta lo sembrava veramente”
 
 
 
2 UNA FORMA DI COMUNICAZIONE. DI CHE TIPO?
 
 
 
Studiando questa splendida forma di comunicazione che è la poesia estemporanea, la sua nascita e le sue successive evoluzioni, ci si pone il problema di darle una collocazione.
Occorre tenere in considerazione quell’ormai celebre 15 (o 20 e 21) settembre del 1896; da quel giorno le gare sono state catapultate sui palchi e con la retribuzione fissa, dodici anni dopo, gli improvvisatori sono diventati dei professionisti.
Così piazza Cantareddu a Ozieri è stata la prima di una lunga serie che, nonostante le difficoltà, continua ancora oggi e come direbbe tiu Cubeddu:
 
 
…sa poetica gara at tentu vida
e dae tale tempus est ancora
po onzi festa salda preferida.
 
 
Ma palchi e posti a sedere sono elementi fondamentali per la differenziazione tra performers e audience, che va di pari passo con lo sviluppo del dominio di comunicazione definito broadcast (104).
Questo dominio è sicuramente il meno interattivo, basandosi sulla  differenziazione sopraccitata, che implica il trasferimento di informazioni in maniera lineare e sequenziale e che non possono essere scavalcate dai singoli membri del pubblico.
Una gara poetica di quelle a cui assistiamo in Sardegna risponde a questi  requisiti? Andiamo con ordine.
Prima delle gare in piazza (altresì in seguito, anche se a poco a poco sempre  meno) le improvvisazioni tra poeti erano vere e proprie forme di comunicazione interpersonale strutturate in maniera libera. O era il contesto rurale (e/o festivo) a offrire le occasioni per cantare spontaneamente, o al limite ci si riuniva nelle cantine, nei magazzini, nei tzilleris.
 
 
Anche in questi casi vi era la distinzione tra poetas e iscultadores, ma stando tutti tra quattro mura e alla stessa altezza poteva capitare, e capitava spesso, che qualcuno tra sa zente entrava nella disputa e da semplice iscultadore si tramutava in poeta, costituendo così un modello comunicativo relazionale. Capitava di conseguenza che qualcuno finiva di improvvisare e si univa agli altri.
Il palco, prima dell’intuizione di tiu Cubeddu, era visto come una struttura adatta per spettacoli estranei che poco o nulla avevano di che spartire con i versi in  limba.
 
Paolo Pillonca realizza una similitudine tra il palco dei poeti e il pulpito di una chiesa: “Su palcu fut su sinnu ‘e una làcana tra chie faeddaiat e chie fut in terra e deviat iscultare: propriamente che-i sa trona pro munsegnores e àteros preigadores . Sos preigadores in sa trona, sos devotos in sos bancos. Sos poetes  in su palcu, sos iscultantes subra sas cadreas in terra.” (105)
Potremo  quindi  affermare  che  dal  1896,  affianco a forme di comunicazione interpersonale, la poesia sarda ha cominciato a delinearsi come una forma di comunicazione verticale.
In apparenza.
 
 

Se infatti compariamo l’evoluzione storica del dominio broadcast con le dinamiche comunicative delle gare poetiche in Sardegna, noteremo qualche discordanza.
Storicamente palchi e posti a sedere furono progettati dagli architetti già dall’antichità, per volere dell’autorità centrale al fine di farsi ascoltare da più  gente possibile e imporre il proprio verbo, mettendo in atto una gestione dello spazio funzionale all’autolegittimazione.
I performers erano delle vere e proprie memorie storiche che controllavano il contenuto delle informazioni e di conseguenza l’audience andava a delinearsi come una massa amorfa la cui unica interazione di gruppo era rappresentata dall’applauso.
Naturalmente le rappresentazioni spettacolari erano organizzate con cura e presentate in maniera uniforme.
Tralasciando le nuove possibilità di interazione nei media odierni con diffusione broadcast proviamo ora ad addentrarci sullo spettacolo della gara poetica in Sardegna al fine di comprenderne le dinamiche comunicative.
Occorre partire dal fatto che nella parte centrale (la più lunga e la più importante) di uno spettacolo del genere, gli argomenti non vengono scelti dai poeti e l’informazione è quasi del tutto controllata dal comitato organizzatore della serata che funge da gatekeeper (106).
Come  abbiamo  visto, i  poeti estraggono i bigliettini dal tipico copricapo  dei pastori, sa berritta, e devono verseggiare sul tema che la sorte ha messo nelle loro mani.  Possono  invece  cantare  liberamente  nell’esordio,  nel  congedo e nella chiusura anche se questo frammento è di norma in onore del santo per cui si festeggia ed è comunque, spesso, non improvvisato.
L’importanza del pubblico, invece, è dimostrata dal fatto che già la fase preparatoria dell’esordio serve non solo a saggiare i poeti rivali, ma a capire quale stile e quali modi la gente preferisce. C’è un feedback continuo tra poetas e iscultadores, spesso stimolato dai primi che se ne serviranno di conseguenza e se di comunicazione verticale si deve parlare è corretto sostenere che oltre a una comunicazione dall’alto rappresentata dall’insieme dei messaggi (non dimentichiamocelo, improvvisati, molteplici e antitetici) inviati dal poeta al pubblico (top down communication) vi è una altrettanto importante comunicazione dal basso (upward communication) con messaggi di vario tipo che possono influenzare positivamente, o al contrario, compromettere l’intera gara.
 
 
 
Possiamo quindi concludere che nonostante il palco e i posti a sedere, comitato, poeti e pubblico competenti possono far si che un inserimento di questi spettacoli nel calderone della comunicazione di tipo broadcast non avvenga mai.
 
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104  Fidler Roger, op.cit., pag. 45
105 Pillonca Paolo, Chent’annos, cantadores a lughe ‘e luna, pag. 127
trad: “Il palco era la linea di confine tra chi parlava e chi stava in terra e doveva ascoltare: esattamente come il pulpito per i monsignori e gli altri predicatori. I predicatori nel pulpito, i fedeli nei banchi. I poeti nel palco, chi ascoltava sulle sedie in terra.”
106 citazione in Lippmann George, L’opinione pubblica, Roma, ed. Donzelli, 1998 trad: custode del cancello
 


3 TALENTO, METODO, COMPETENZA. POESIA MEDIUM O NON B’HAT MEDIU  PER LA POESIA?
 
 
Secondo linee generali applicabili a ogni tipo di comunicazione il talento è l’insieme di competenze comunicative che si manifestano naturalmente; il metodo è invece il corredo di competenze comunicative che si acquistano per apprendimento e si consolidano nel tempo. Solitamente, anche se non si ha  talento, che è innato, con una applicazione costante e metodica si possono raggiungere buoni risultati.
Per quanto riguarda la poesia improvvisata il problema è un po’ più complesso,  per due motivi: la società in cui si vive e la lingua con cui si comunica.
Come afferma Pillonca questa che è insieme una forma d’arte e una forma di comunicazione è invenzione di una società pastorale che non c’è più. Certo non è morta la pastorizia e le recenti lotte per il prezzo del latte lo dimostrano, ma quello che manca è la vita a stretto contatto con la natura, la solitudine per ore e ore e per giorni interi  e il silenzio, virtù che ai tempi nostri non viene coltivata.
“Beru, sa soledade e su mudìmene sun sos cumpanzos de sa poesia” (107)  come afferma Peppe Sozu, poeta bonorvese. “Sa bona muta de unu poeta naschet dae s’ammaju ‘e sa natura: dae su cantu de sos puzzones, dae sa musica ‘e su ‘entu e de s’abba pioana chi ruet subra sas frunzas de sas àlvures e subrs sas rocas. Pius pagos sun sos sonos anzenos e mezus est” (108).

Solo il pastore, quindi, poteva seguire pazientemente questo metodo, apparentemente inoperoso, fatto dei soli elementi della natura. Se poi aveva già  del suo talento le possibilità di diventare un ottimo improvvisatore aumentavano. Una volta accumulate queste competenze, non mancavano certo le occasioni per metterle in pratica, come ho già riportato sulle prime pagine di questo lavoro.  Oggi le pinnette sono abbandonate e finito il lavoro il pastore torna a casa prima del tramonto, il formaggio lo si fa nei caseifici, le tosature, almeno nelle mie parti, non sono più occasioni di festa. Non si canta più nei battesimi, nei matrimoni e nonostante a volte lo sembri, il bar col suo juke box con le hit del momento ha sostituito su tzilleri.

Altro fattore importante è quello linguistico: va sempre diminuendo il numero di sardi che parla la sua lingua.
Non c’è quindi un adeguato ricambio generazionale che possa far si che la poesia improvvisata continui ancora ad ammaliare moltitudini di sardi desiderosi di mantenere in vita, nei limiti dell’oggi, importanti frammenti della millenaria cultura orale.
Purtroppo anche nella maggior parte dei pochi iscultadores di oggi il livello di competenza va scemando. Se diamo un’occhiata alle statistiche nel passato era molto maggiore il tasso di analfabetismo, comunque molti di questi analfabeti, seguendo quel metodo sopraccitato, facevano delle ottave perfette e di conseguenza le capivano e le giudicavano. Oggi non ci si rende conto neanche di qualche errore di metrica, neanche tra poeti, e ciò nonostante siamo più istruiti.
 
 
 
 
 
 
 
 
Con questo paradosso mi rimane l’unica certezza: che non avrei certo voluto chiudere così questo lavoro, ma tant’è, neanche i poeti con cui ho avuto il piacere e l’onore di chiacchierare mi hanno dato, nel loro affetto, tanto conforto.
 
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107  Pillonca Paolo, Peppe Sozu, pagg. 8,9
trad: “Vero, la solitudine e il silenzio sono i compagni della poesia”
108  Pillonca Paolo, op. cit., pag. 9
trad: “La buona ispirazione di un poeta nasce dall’osservazione della natura: dal canto degli uccelli, dalla musica del vento e della pioggia che cade sui rami degli alberi e sulle rocce. Meno sono i rumori estranei e meglio è.”
 
 
Domande poste ai poeti estemporanei Antonio Pazzola, Mario Masala, Bernardo Zizi e al giornalista Paolo Pillonca.
 
 
1) Come ha esordito?
 
 
 
> Antonio Pazzola:
 
Ero in convalescenza, avevo poco più di vent’anni, c’era la festa in onore di San Luigi qui in paese e dovevano cantare in tre ma mancava Tuccone. Mi scelsero, ma io ero addirittura senza giacchetta, e così ho iniziato sfidando gente come Budrone e Seu. Tutti erano meravigliati: “essi a bider itt’hat de narrer su pische (109)”. Un trionfo; facendo colletta mi diedero un mucchio di soldi, diciassettemila lire, che per allora erano una bella cifra, soprattutto per me che venivo da una delle famiglie più povere di Sennori.
 
 
> Mario Masala:
 
Ho esordito nel 1951, esattamente il 10 agosto per la festa di San Lorenzo qui a Silanus. Avevo sedici anni e ho iniziato per caso: prima le gare duravano diversi giorni e quell’anno il presidente del comitato era mio nonno che ospitò la buonanima di Remundu Piras a casa sua. Parlando a tavola gli disse che io sapevo cantare e tiu Remundu spinto dalla curiosità decise di farmi cantare sul palco insiema a Barore Sassu e Ciccia Piga. Non sapevo cosa fare. Ho pensato anche di scappare.
 

> Bernardo Zizi:
 
La prima gara ufficiale, se lasciamo da parte i matrimoni, le feste in campagna e altre occasioni, è stata nel lontano 1952 a Dorgali, con Vincenzo Simula e Tottoni Crobu all’età di 24 anni. Ricevetti una cartolina dal presidente del comitato di quell’anno, un certo Cucca, un vigile urbano, che mi aveva sentito all’opera in una festicciola. Mi sono fatto venti chilometri di bicicletta per andare a cantare. Da quella data ho cantato con tutti i grandi tranne Pulina di Ploaghe.
 
 
2) Qual è stato il suo allenamento?
 
 
 
> Antonio Pazzola:
 
Il mio allenamento è stato intenso. Cantavo un po’ dappertutto, dove mi capitava, e non ero certo il solo.
 
 
> Mario Masala:
 
Cantavo con gli amici in varie occasioni, soprattutto in campagna, ma anche nei tzilleris, gli antichi bar. Solo qui a Silanus eravamo una quindicina che ci dilettavamo a cantare.
 
> Bernardo Zizi:
 
Non c’è un allenamento preciso; uno sente questa volontà di cantare ascoltando  gli altri, provando ad imitarli, giocando con le rime e costruendo ottave. Ma questo lo facevo già quando avevo dieci anni. A quella età non potevo entrare nei tzilleris, non mi facevano entrare, ma mi sedevo fuori, ascoltavo e tra me e me dicevo “a podiat narrer goi!110”. Io li correggevo in silenzio, poi quando sono cresciuto los faghìa a beffe (111)!
 
 
3) Si scriveva e si parlava l’italiano?
 
 
> Antonio Pazzola:
 
No, solo sardo e raramente scritto. Inoltre avevo molti problemi a cantare persino in sardo perché qui a Sennori non si usa il femminile: le ragazze erano sos feminos e non sas feminas, solo per farti un esempio. Immaginati quanti problemi per fare un’ottava corretta!
 
 
> Mario Masala:
 
Pochissimo italiano. Io studiavo ai ragionieri quindi un pò me la cavavo ma in famiglia e con gli amici si parlava solo sardo. Attenzione però, il nostro sardo: tieni presente che qui siamo nel Marghine, che è una sottoregione del Logudoro e cambia la pronuncia. Mi sono dovuto adeguare al vostro logudorese, quello di Bonnanaro, Torralba, Mores, Banari. Anziché dire cantende (112), mandighende (113), arrejonende (114) dicevo cantande, mandigande, arrejonande con molti problemi di rima, comunque minori di quelli di Pazzola, siscuru (115)!
 
 
> Bernardo Zizi:
 
L’italiano nella vita quotidiana veniva utilizzato di rado. Il mio problema come poeta era il sardo di Onifai che è molto crudo. Dovere improvvisare e allo stesso tempo parlare il logudorese era per me un grosso sacrificio. Paradossalmente l’italiano mi aiutava e spesso mi serviva di per poter chiudere le rime. Un po’ provavo soggezione, mentre alcuni grandi tipo Barore Sassu o Gavinu Contene lo facevano di proposito per far vedere che erano colti.
 
 
4) Quanto peso si dà alla presenza di una gara tra poeti estemporanei all’interno di una festa eterogenea come può essere quelle in onora di un santo?
 
 
> Antonio Pazzola:
 

Se ne dava molta di più in passato; non c’erano tutti questi trambusti che ci sono oggi, e in più c’è da dire che in passato la gente era molto più amabile. Oggi c’è preoccupazione e quando andiamo per le feste vediamo che c’è sempre meno gente. A volte ce n’è molta, a volte poca, ma esperta, a volte poca e basta.  Dipende anche da dove si canta: se vai da Sassari verso l’interno gli   appassionati li trovi, ma in questa zona proprio no. Prima sos sussincos116 venivano a Sennori come noi andavamo da loro per vedere le gare; Familias intreas con le sedie portate da casa, era bellissimo. E’ capitata non molto tempo fa una gara  ad Alghero e sono venute a vederci molte persone, ma, sai com’è, li ci sono molti di Villanova, il paese di Piras.

In più oggi trovi le gare lo stesso giorno di altre attrazioni e proprio nel tuo paese, nel 1990, ho cantato mentre nell’altra piazza si esibivano i Tazenda, proprio quando stavano iniziando la loro carriera.
Sembra che queste manifestazioni si facciano solo per accontentare noi vecchi.
 
 
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109 trad: “Vediamo cos’ha da dire il pesce”. Pischecane (pescecane) è il sopranome di tiu Antoni.
110 trad: “poteva dire così!” 111  trad: “li distruggevo” 112 trad: “cantando”
113 trad: mangiando
114 trad: discutendo
115 trad: poveraccio
 

> Mario Masala:
 
La gara era molto più seguita rispetto a oggi. Il popolo, nonostante il suo analfabetismo era tecnicamente più competente e quando avevamo a che fare con gente del genere gli stimoli erano maggiori. Oggi c’è molto più menefreghismo. Fino a vent’anni fa la gente andava in piazza con le sedie, oggi si sta in piedi si ascolta qualcosina e poi via, spariti dopo qualche ottava. Prendiamo un bel po’ di soldi, ma non va bene!
 
 
> Bernardo Zizi:
 
Oggi si dà molta più attenzione ad altri eventi, come il grosso concerto, l’artista nazionale, mentre la gara poetica (come altre gare di canto sardo) viene messa nel programma  semplicemente  per dovere.  Ma  non  ci  dovrebbe  essere  l’obbligo, sebbene giusto, nei confronti dei più anziani del paese che ti danno le offerte, dovrebbe essere l’interesse, anche da parte dei più giovani, a farla da padrone.
 
 
> Paolo Pillonca:
 
La gara poetica, per come si è delineata in tutti questi anni, è un’occasione di festa all’interno della festa religiosa, anche se non mancano appuntamenti, per così  dire, profani (manifestazioni culturali, il Time in Jazz di Berchidda). Prima era l’attrazione maggiore e la si attendeva con ansia, oggi meno e chi va a vederle è mosso prettamente dalla curiosità.
 
 
5) Quali sono oggi, rispetto a ieri, le principali motivazioni per cui si assiste ad una gara?
 
 
> Antonio Pazzola:
 
Quando cantavamo era abitudine della gente considerarci semidei, sos semideos. Eravamo i più preparati. Secondo alcune dicerie noi non potevamo neanche  andare in tribunale perché con la nostra favella potevamo confondere il  presidente. Secondo queste dicerie noi eravamo banditi dai tribunali. Non  scriverle mica queste dicerie!
Comunque è vero chi tenimus sa bibrioteca pius manna (117), ma è anche vero che la nostra  non  era  una  preparazione  nel  dettaglio,  ma  un’infarinatura generale.
 
Possiamo parlare di tutto, ma mai andando fino in fondo. Tant’è vero che deo non ischìa itte diaulu fit custu semideu (118).
Però, rispetto alla generalità della popolazione eravamo preparatissimi. Ti faccio un esempio: una volta io cantavo la spada è il mio rivale la penna, quando all’improvviso citai il Rubicone convinto che si trattasse di una pecora gigantesca! Oggi sfido a trovare uno studente che non conosca il Rubicone, ma voi giovani non venite alle gare, o per lo meno siete in pochi. A la cumprendes sa  differenziatra deris e oe? (119)
 
 
> Mario Masala:
 
Oggi si assiste per curiosità e generalmente non c’è la pazienza di stare ad ascoltare una gara per intero. Prima accadeva l’opposto: la gente veniva per informarsi, ci consideravano miti, onniscienti, talmente preparati da mettere in imbarazzo il presidente del tribunale. Naturalmente non era vero: io sono andato a testimoniare in un processo alla Corte d’Assise e di fronte a Villasanta (il presidente) ero io in imbarazzo. Questa leggenda però serve a farti capire come venivamo considerati e di conseguenza serve a capire con che stato d’animo la gente veniva a seguirci. Oggi? Oggi non vi informate neanche dai telegiornali!
 
 
> Bernardo Zizi:
 
Prima c’era molta più passione, la gara era uno spettacolo che coinvolgeva diverse generazioni, giovani adulti, madri con i bambini, le sedie portate da casa. Il fatto èche eravamo simili a loro ma venivamo considerati dei messaggeri che andavamo di paese in paese a portare notizie.
 
 
> Paolo Pillonca:
Sostanzialmente sono le stesse, ossia ricevere informazioni e farsi grasse risate, anche se c’è molta competenza in meno da parte del pubblico. Era molto più competente il pubblico analfabeta. Oggi, in tutti i campi, la forma è sostanza, ma nel pubblico odierno non c’è gente capace di giudicare la forma. La struttura dell’ottava non viene giudicata anche perché sono pochi che la fanno. Non ci si accorge se l’ottava è piena, se è mesu lasca120. Se tu davi un’ottava a tiu Barore Sassu e li narais, dividimi in metrica su versu, non bi la faghiat121, ma a orecchio la faceva perfetta.
 
 
 
6) Trattandosi di una gara tra improvvisatori, quali sono i temi maggiormente affrontati e come vengono scelti?
 
 
> Antonio Pazzola:
 
In passato ci davano più temi storici che se ce li danno oggi rischiamo di venire meno all’improvvisazione dal momento che li abbiamo ripetuti parecchie volte. Spada e croce, Roma e Atene erano dei classici. oggi lavoro, emigrazione, problemi di attualità purchè siano in antitesi. Poi come saprai c’è il secondo tema che ha la funzione di divertire la gente. E li ce ne diciamo di tutti i colori!
I temi li dà il comitato, anche se a volte, chiedono consiglio a noi stessi. È capitato che qualche volta ci hanno dato il tema trattato nell’esordio.
 
 
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116 trad: gli abitanti di Sorso, località poco distante da Sennori
117 trad: che teniamo la biblioteca più grande
118: trad: "io non sapevo cosa diavolo fosse questo semidio"
119 trad: "la capisci la differenza tr aiei e oggi?"
120  trad: mezzo vuota
121 trad: “e gli dicevi di dividere il verso in metrica, non ci riusciva”
 

> Mario Masala:
 
Guarda, oggi si può praticamente parlare di tutto, non ci sono più i divieti di una volta. Religione e politica davano fastidio anche fino a qualche decennio fa, ma oggi c’è una maggiore libertà. Il problema è il comitato. Sono in grado oggi di darci temi in grazia di Dio? Spesso ci chiedono consigli perché non sanno che pesci pigliare.
 
 
Bernardo Zizi:
 
Oggi i temi sono più impegnativi, meno scene d’amore, meno Roma e Atene, meno temi biblici, Nabucodonosor e simili. Le varie sfaccetature della società coprono una buona percentuale dei temi che si cantano oggi: immigrazione, lavoro, guerra, terrorismo. Comunque, sarà il mio carattere, ma anche nel tema serio cerco di far divertire la gente.
 
 
> Paolo Pillonca:
 
Subito dopo la prima guerra mondiale con Tuccone e Piras i temi seri la facevano da padrone, ma se provi ad ascoltare qualche loro gara, che non era mai breve, vedrai che l’uscita brillante non manca mai. D’altronde la gara poetica era vissuta come un momento di svago in un contesto dove la vita non era facile.
 
 
 
7) Trattandosi di una forma di comunicazione, qual è il messaggio, e di che tipo, che viene lanciato?
 
 
> Antonio Pazzola:
 
Mah! Cosa vuoi che ti dica? Io non ho mai lanciato nessun messaggio. Noi siamo interpreti. Dobbiamo immedesimarci nel tema che sta scritto sul bigliettino che ci capita tra le mani. Se mi capitava il PCI né veniva fuori quasi un comizio, se mi capitava la DC dovevo vendere bene quei valori. Anche controvoglia.
 
 
> Mario Masala:
 
Il messaggio che lanciamo è totale quando ci capita un tema affine alle nostre convinzioni, alle nostre idee, ma noi sul palco siamo sia di sinistra che di destra, a mi cumprendes? (122) Quando poi mi tocca interpretare, che so, il delinquente allora va anche meglio perché è la parte che spicca di più, con la consapevolezza che  non c’è nessuno che prende alla lettera quello che tu dici. Comunque sia alla chiusura del tema se ho detto cose negative, metto in guardia il pubblico: “mirade chi fia cantende! (123)”  e frasi simili.
 
> Bernardo Zizi:
 
Allora, i messaggi sono sempre contrapposti e nella disputa emerge sempre la componente negativa: la guerra, il diavolo, l’oscurità, il bandito. Sono i temi che preferisco e che spero mi capitino tra le mani e non temo di essere considerato come il cattivo maestro, perché allo stesso tempo sono i temi che più piacciono alla gente perché sono quelli dove puoi inserire dei versi brillanti e simpatici allo stesso tempo.
 
> Paolo Pillonca:
 
Il punto è sminuire l’argomento dell’avversario dando rilevanza al proprio. Una ‘olta happo ‘idu Piras cantende su riccu tontu; deo a tiu Remundu tontu non bi l’happo mai nadu, ma sa ‘olta lu pariat de abberu! (124). La gara è fatta così, se non si dà per scontato questo assunto, non si capisce molto.
Da un punto di vista dello spettatore il messaggio è doppio: ti posso fare  l’esempio di una disputa del ’65 a Samugheo tra Piras che aveva, come tema, la pace e Tuccone che aveva la guerra. Se non possiedi quella gara prova ad  ascoltare o a leggere qualsiasi cosa dei due e immaginati quante cose potevano  dire due del loro calibro con una sfida del genere.
C’è democrazia, ma non solo nei temi, anche nella struttura: tu hai lo stesso tempo che ho io per esprimere il tuo pensiero e cando finis ti sezzis, ti caglias a sa muda e iscultas su chi ti naro deo (125)  perché hai otto versi endecasillabi per esprimerti indipendentemente da quanto ci metti, dall’ispirazione, dalla voce, ma quelle sono caratteristiche individuali che non hanno nessuna influenza.
Inoltre ci sono messaggi tra i poeti stessi e anche dal pubblico. Messaggi di vario tipo.
 
 
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122 trad: “mi capisci?”
123 trad: “badate bene che stavo solo cantando!”
124 trad: “Una volta ho visto Piras cantare il ricco tonto; io a tiu Remundu tonto non gliel’ho mai detto, ma quella volta lo sembrava veramente”
125   trad: “quando finisci ti siedi, taci e ascolti quello che dico io”
 
 
8) Il messaggio viene lanciato a qualcuno in particolare?
 
 
 
> Antonio Pazzola:
 
No, a nessuno!
 
 
> Mario Masala:
 
Dipende, spesso anche tra poeti ci lanciamo dei messaggi.
 
 
>Bernardo Zizi:
 
No, anche perché poi alla chiusura del tema poniamo rimedio, perchè no, anche dando ragione al collega che ha cantato argomenti positivi come la pace ad esempio.
 
 
 
9) Ci si accorge, e se si come, che tale messaggio è arrivato e ha avuto l’effetto prefissato?
 
 
> Antonio Pazzola:
 
L’applauso è il gesto più visibile da noi, ma anche una strizzata d’occhio può far capire molte cose.
 
 
> Mario Masala:
 
Ci sono reazioni plateali, come gli applausi e qualche ovazione. Altre volte le reazioni sono più contenute, ma se sono contrarie e, soprattutto,  costanti è un  bene se non ci fai caso.
 
 
> Bernardo Zizi:
 
Una volta a Solarussa un mio concorrente ha cantato male tutto l’esordio perché si era fissato ad un tipo che faceva così126 di continuo, ma solo dopo ha capito che aveva un tic. Se non ti abitui a guardare tutti dall’alto del palco rischi di compromettere l’intera gara; puoi avere anche mille persone davanti a te con il novanta percento che ti applaude, ma se fissi quel dieci che fa cenni di contrarietà…ti perdi!
 
 
> Paolo Pillonca:
 
C’è paese e paese: in alcuni posti il pubblico sta zitto, ma ciò non vuol dire che non sia attento; in altri posti ci sono gli applausi, ma anche cenni di diniego.
Certi poeti fanno segni di malumore se qualcuno dal pubblico fa cenni di diniego con la testa. Si può testare il pubblico con le uscite brillanti, quelle che suscitano applausi; questa era una tattica di Piras per far infastidire Tuccone che era molto più serio.
 
 
 
10) Cosa fare e come intervenire per evitare il declino progressivo di queste manifestazioni, dovuto a un mancato ricambio generazionale?
 
 
> Antonio Pazzola:
 
Non si può fare niente, ti ripeto, troppi trambusti!
 
 
> Mario Masala:
 
Guarda, non so cosa dirti! Anche quando organizzano convegni sulla lingua sarda…non ce n’è uno che parla in sardo! Per quanto riguarda la poesia non ci sono più i comitati competenti di una volta che organizzavano tutto alla  precisione; comunque ho notato che da quando i comitati mettono le sedie in piazza la gente assiste di più, anche perché se vuoi seguire una gara ti devi sedere. Non è la risoluzione del problema, ma fa piacere.
 
 
> Bernardo Zizi:
 
Io ho notato un cambiamento nella gara da quando il comitato si interessa a mettere le sedie in piazza. Senza le sedie in piazza è un via vai continuo. Con le sedie in piazza c’è silenzio e nessuno si sposta perché si ha il timore di perdere il posto. Poi c’è un’altra cosa: nei paesi dove le gare si fanno tutti gli anni c’è una maggiore affluenza di giovani, perché sono abituati da piccoli e crescendo prendono dimestichezza. Questo è un altro modo per forgiare un pubblico competente. Ma sono rari casi.
 
 
> Paolo Pillonca:
 
La poesia improvvisata è una forma d’arte, e di comunicazione, di origine pastorale. Il pastore, vivendo a stretto contatto con la natura e solamente con i suoi suoni, pur essendo analfabeta, aveva dentro di sé l’immediatezza del verso e la giusta misura della metrica che poi toglieva fuori verseggiando in diverse occasioni: facendo il formaggio, a cavallo, tosando e marchiando le pecore e in
tutte quelle occasioni che capitavano solo in campagna. Oggi queste occasioni sono quasi del tutto scomparse.
 
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126 Zizi scuote la testa come per dire “no”

 

 

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Allegati:

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SíistÚria de sa gara a bolu - Introduzione.pdf

SíistÚria de sa gara a bolu - Sa poesia cantada in Sardegna.pdf

SíistÚria de sa gara a bolu - Una gara in Sardegna.pdf

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SíistÚria de sa gara a bolu - Appendici.pdf

SíistÚria de sa gara a bolu - Bibliografia.pdf